venerdì 27 aprile 2012

Tanto Rancore Oscura Infinite Anime

E così mi leggi. Non pensavo. Ma l’avessi saputo, avrei scommesso – e vinto – che tanto non avresti permesso che ti arrivasse nessuno dei messaggi che mando. Sai cosa volevo davvero sapere? Se proprio non capisci nulla di ciò che ti circonda o se sei invece prigioniera di quella tua dote che, sicuramente, è nata un tempo lontano per difenderti – bambina - da qualche sgarro dei tuoi adulti importanti, ma che coi decenni hai trasformato in lama a doppio taglio - povera creatura sado-masochista - per legarti indissolubilmente agli altri in un insano rapporto di odio reciproco. Perché sì, hai ragione: le tieni legate a te, le persone, con l’odio. Perché ogni tua subdola parola intrisa di negatività – dolore, pietismo, bile, minacce, manipolazione – scatena reazioni così forti nell’interlocutore prescelto, che questi non può non pensare a te per un tempo direttamente proporzionale alla grammatura di sporco che hai versato nella tua turpe favella. Mi chiedo come fai a guardarti sempre intorno attraverso questo tuo velo lercio. E mi chiedo se è davvero questo, che vuoi. Perché se questo è davvero ciò che vuoi, non potresti essere più diversa da me. Io, che lo sporco dai volti degli altri lo pulisco col mio da che ho memoria. Io, che piuttosto che sentirmi odiata preferisco scomparire. Io, che piuttosto che odiare preferisco scomparire. Non che io sia giusta e tu sbagliata (io, che non giudico gli altri), ché contrariamente a quello che avviene nel tuo mondo, nel mio non esistono persone giuste e persone sbagliate in assoluto, ma persone adatte e persone inadatte a giocare alla vita con me: non ti avrei mai scelta come amica, per intenderci (anche se poi non è nemmeno detto questo, perché un’amica come te l’ho avuta). Ma poi sai che c’è? Non è vero che vorrei davvero sapere qualcosa di te: non m’interessa come sei o perché sei così. Non m’interressa conoscerti, perché ciò che mi arriva di te mi fa venire l’orticaria e il voltastomaco, quelli veri: mi si riempiono le guance di bolle, la pancia si attorciglia a se stessa, mi passa la fame e sto male. Male finché non mi libero di te sulla tazza (è il nervo vago, si chiama così e lo so, che lo sai, perché era materia dell’esame di ammissione). Io comunque non ti avrei mai voluta. Mi sei capitata così, un pantano sul cammino, ma sei solo uno tra tanti. Non sei niente di speciale, niente di diverso dagli altri ostacoli lungo la strada: mi stanchi, mi bevi energie, ma solo perché io te lo permetto. E solo finché io te lo permetto. Tu non sei niente per me, senza di me. Io sono il mio soggetto e tu resti per me un oggetto, logoro e brutto come altri passati, compresenti e futuri: e tutti voi oggetti logori e brutti, intralciate il mio cammino perché io ve lo lascio fare. Non pensiate di avere alcun potere su di me, che provenga da voi. Oppure pensatelo pure, non mi è importante il vostro pensiero. Io, che non ritengo di potermi arrogare il diritto di cambiare un’altra persona, ma che ammetto che vorrei che tu cambiassi e mi lasciassi in pace. Le persone non sono tue, neppure quelle che sei solita introdurre con un aggettivo possessivo; c’è solo una persona che è tua e tu non riesci a vederla e continuerai a credere di possedere gli altri, finché non la trovi, e ti offenderai e soffrirai ogni volta, perché vivrai l’onta di essere (più o meno) allontanata. Trova quell’unica persona. Ti do un consiglio: non ti servono gli occhi, per vederla, né le orecchie per sentirla. Solo trovala e lasciami in pace. Lasciaci in pace. Tutti.

lunedì 16 aprile 2012

Coppa di Luna

Altre ne hanno già parlato, qualcuna ne ha già sapientemente illustrato pregi e difetti, portando addirittura la questione sul piccolo schermo ed in prima serata. Ma proprio perché se n’è fatto argomento di amabile conversazione, adesso io voglio dire anche la mia.

Le mestruazioni.

Avete mai fatto caso – se mi rivolgo ora alle lettrici, non me ne vogliate voialtri, esseri dotati di membro esternamente (più o meno) prominente – che noi femminucce abbiamo il vizio di dimostrare simpatia verso una donna appena conosciuta in un modo, uno solo, e cioè introdurla rapidamente e con abile nonchalance nell’allegro mondo dell’altalena del nostro bioritmo emorragico?

- Piacere, Valentina.
- Piacere, Clara.
- Scusa se quando ti guardo giro appena lo sguardo, ma sei proprio in linea con il lampadario al neon e io è tutto il giorno che ho un malditeeesta! Mi devono venire le mie cose.
- Ah, ma dai? Anche a me!
- Ma tu pensa? Che bello!
- Beeello! Ma tu che fai, prendi la pillola?
- Sì. Anche tu?
- Certo! Ma tu quale prendi, quella che ti fa venire la cellulite che poi sembri Jabba o quella che ti inamida le ghiandole mammarie e puoi rompere le noci coi capezzoli?
- No, io prendo quella che mi fa puzzare le ascelle.
- Ah, dai? Devo provarla.

Ecco, questa è una conversazione-tipo tra due ragazze che si stanno simpatiche a pelle, quindi uomini, se siete due amici nel bel mezzo dell’infernale fatidico momento in cui avete deciso di far conoscere le vostre fidanzate, aguzzate le orecchie e state tranquilli: se parlano di ciclo, siete a cavallo. O siete fottuti, dipende dai punti vista.

Anche se pare che di recente sia stata introdotta nei salotti-bene una variante sul tema “fertilità-anticoncezionale”, una nuovo argomento trendy, che ruota attorno al binomio “sanguinamento-arginasanguinamento.” Infatti, grazie ai nuovi traguardi raggiunti dalla ricerca ed alla schiettezza di certi spot pubblicitari – tipicamente verso l’ora di cena – finalmente noi donne-che-ci-stiamo-subito-simpatiche possiamo ritrovarci a discutere non più solo di ormoni, veli di seta con le ali o tappi di cotone con la cordicella: all’insegna del risparmio e della spinta ecologica “ripuliamo il mondo partendo dalle cagate”, qualcuno ha ritenuto necessario cercare un mezzo per tamponare il cadenzato e dispendiose consumismo del corpo femminile, e lo ha trovato in queste Mooncups o Fleurcups - Bloodcups non piaceva a nessuno -, ossia simpatici contenitori di silicone, per raccogliere il surplus mensile che, pillola o non pillola, ci ripresenta il conto ogni 21 – 28 giorni.
Le cups hanno la forma di un calice con lo stelo corto e senza piedino: si inseriscono in vagina schiacciandole con tre dita e, al momento del rilascio, riacquisiscono la forma a bicchiere (che a ben guardare somiglia anche ad una testa di pene), creando un effetto ventosa e aderendo alle pareti interne, onde evitare che, scivolando scivolando, la rossa viscosità riesca a colare fuori dal luogo di raccolta deputato. Poi quando sono pienotte si sfilano, si svuotano, si lavano e ricomincia il canto.
Risultato: niente assorbenti in spazzatura = meno inquinamento, più soldi nel portafoglio da spendere in cose più nobili e meno dannose per il pianeta, come non so ad esempio il pieno all’auto.

Io l’ho vista, la foto di queste bacinelle per vulva. Sì, perché da come te la raccontano in giro per la rete, una si sente mostruosamente in colpa ad usare ancora gli obsoleti argini usa e getta, che poi finiscono col creare inondazioni, ostruendo i letti dei torrenti e bloccando i tombini – che a ben guardare allora significa che tanto assorbenti poi non sono -, soffocare poveri pinguini affamati che non sanno distinguere tra un’alice e un tampax – evidentemente non hanno mangiato la Fiesta a merenda- e allargare ulteriormente il buco nell’ozono – che non so, probabilmente qualcuno ne spara un po’ lassù, pensando che se c’è un buco da cui esce roba, magari qualcosa ci fanno.
Per cui niente: un nodo allo stomaco, una gassa alle budella di brucianti sensi di colpa, per avere il destino del mondo tra le cosce una volta al mese. E allora mi sono informata, per trovare urgentemente il modo di fermare questo scempio e correre ad acquistare le Cups.
Oh, intanto un avvertimento: se avete trovato complesse ed inquietanti le istruzioni nei pacchi di assorbenti interni, però, lasciate perdere la spinta ecologista, perché il taglio in sezione della zona pelvica stilizzato, che ultimamente va tanto di moda un po’ per tutto – dai contraccettivi ai maglioni a collo alto – è riportato ben dettagliato anche qui

Dunque, FAQ:
1. come si mette la Moon/Fleurcup (che poi “moon” ancora ancora la capisco - il ciclo è collegato alle fasi lunari -, ma “fleur” proprio no: mi ricorda la storiella delle api e dei fiori)?
La cup è di silicone morbido, come una tettarella di biberon, quindi se premuta nel palmo di una mano, si accartoccia e rimpicciolisce, rendendo più facile infilarla su per il canale (paura, eh, quando ho detto “su per il c”?).
Allora, anzitutto “bisogna avere le mani pulite”.
Non l’avrei mai detto: io tendenzialmente avevo intenzione di metterla dopo aver tagliato un limone, spalmato il pesce di sale grosso, essermi scaccolata e aver trascorso una mezz’ora buona in metropolitana.
Secondo: la coppa va in vagina solo per la lunghezza del calice, mentre lo stelo deve essere a portata di mano per favorirne poi l’estrazione.
Quindi si prendono tre dita – pollice, indice e medio – e si avvolge con esse il calice, usando tutta la loro lunghezza, per assottigliare l’attrezzo. Un gioco da ragazzi, l’illustrazione aiuta.
A questo punto è il momento di infilarla.
Sì.
Dunque, uno sguardo al pamphlet allegato.
Sì.
Le tre dita sopra citate – pollice, indice, medio – insieme con lo strumento che stanno strizzando, l’accompagnano dentro. Assumo la posizione dell’amazzone a cavallo a pelo (voi ragazze lo so che mi state dietro, per quanto riguarda i fanciulli, usate le vostre peggiori fantasie), inspiro e via: dentro. Ok, fatto.
…
E ora?
Insomma il mio primo dubbio è: le dita, come cavolo le tiro fuori adesso? L’affare deve aderire tipo ventosa alle mie pareti, ma in questo momento attaccate alle suddette pareti ci sono pollice, indice e medio: se le sfilo verso il basso, viene via anche la cosa, come devo fare? Trovato: mi servono due mani? Quella di cui sto usando le tre dita e l’altra che tengo premuta contro allo stelo, per evitare che esca tutto. Ma poi m’ingarbuglio e, come minimo, casco. Alla meglio, casco, perché non so voi, ma io ho la visione fissa della mano che resta incastrata lì: come la scimmia che prende le caramelle dal barattolo e poi non riesce più a tirar fuori il pugno col bottino. Con la beffa che io il bottino devo lasciarlo dentro. O forse devo aprire le dita tipo speculum? Devo usare uno speculum?
Boh. Proseguiamo.

2. Come si toglie la MFcup?
Si sfila.
Bene.
Ma non è lì, che aderisce come uno sticker alla mia vulva? Mica basta tirare. E allora cosa faccio, vado a riproporre al contrario il percorso usato per mettercela? Perché se è così, l’altra immagine che mi sovviene immediatamente è il reflusso: intanto devo introdurre nuovamente pollice, indice e medio, che non è mica come dirla, con l’ambiente occupato dalla coppa (e mi ci vuole prima un po’ di yoga), dopodiché ammesso e non concesso ch’io ci riesca, se torno a spremere il calice, che questa volta è pieno, il contenuto viene proiettato verso l’interno in risalita e hai visto lì che sto cazzo di aggeggio non è servito a nulla.
Anche se, pensandoci, una soluzione c’è: lascio lì le dita per tutte le quattro le ore di permanenza della coppetta.

3. Come si pulisce la Cup?
Intanto vuol dire che si pulisce ed è già un buon segno.
Comunque, si lava come le tettarelle del biberon: in acqua bollente. Sì, perché vorrai mica usare del disinfettante? Che poi finisce nello scarico e inquina.
Ma anche qui mi si presenta un tarlo, l’immagine con la quale vorrei chiudere il post e salutarvi calorosamente: avete presente quando vi avanza del sugo e decidete di surgelarlo, andando dirette sul contenitore di vetro, perché sapete fin troppo bene che quell’alone rossastro dalla plastica non se va nemmeno pregando? Ecco.
Buone mestruazioni a tutte.

giovedì 12 aprile 2012

S'i' fossi omo.

Ultimamente ho letto cose tipo se scoprissi di star per morire farei questo e poi se diventassi ricco farei quello e ho pensato quale se fossi farei cosa manca e l’ho trovato eccolo:

S’i’ fossi omo.

Mi sono detta qualche giorno fa che avrei davvero voluto scrivere un pezzo esilarante sulla situazione più inconcepibile di tutte: l’eventualità di riprendere coscienza dal buio del sonno e ritrovarmi imprigionata in un cromosoma che non mi appartiene.
Sì perché grattatevi le palle – voi che potete -, ma non è poi così impossibile svegliarsi una mattina e scoprire di non avere che pochi giorni di vita rimasti.
Così come non è del tutto assurdo il caso di venire baciati dalla dea bendata e vincere un triliardo di ludibrioni.
Mentre dovete ammettere che il cambio di sesso per intervento divino è successo davvero a pochi, cioè si contano sulle dita di una mano, cioè in tutta onestà me ne viene in mente solo uno.

Così niente, mi sono stesa sul letto e ho iniziato a sentire il mio corpo di femmina, dalle dita dei piedi smaltate di fucsia, su verso le caviglie sottili, le gambe lisce, le cosce profumate di crema al miele – no era prima, che potevate grattarvi - e il mio centro energetico proprio sotto alla pancia vellutata: insomma, una percezione totale del mio fisico essere donna.
Poi ho lasciato la mente libera di vagare, di perdersi come se stesse sognando, in quello stato di quasi sonno in cui invece siamo senza corpo, né maschi né femmine, o forse sia maschi che femmine, o qualcosa di differente ancora, che comunque da svegli non possiamo concepire. E ho dormito.
E alla fine ho aperto gli occhi ed ero uomo.

No, falso. Ero solo una donna con un pene, perché la mia prima preoccupazione è stata “e adesso questo come lo spiego al mio bimbo?”.

Ma porca troia, riesco a visualizzare di svegliarmi uomo, e non riesco ad immaginarmi di non avere il pupo nella stanza accanto!
E però toh, sono molto più sboccata del solito: sarà il testosterone.
Niente, esperimento fallito, post a bagasce: non riesco a scherzarci sopra, quindi scordatevi il pezzo esilarante che vi avevo promesso. Insomma, sono uomo da diciannove secondi e mi sento come se avessi già fatto la mia prima cilecca.
E inoltre sono distratta. C’è un pensiero fisso che mi ossessiona, un’immagine, un concetto impalpabile, ma indubbiamente bellissimo, che si fa pivot dei miei ragionamenti: ho un pene.

Che poi parliamoci chiaro, mio figlio ha otto anni, è ancora in un’età – beata innocenza-  che basta andar di là e dirgli la verità e lui non si pone proprio il problema: la mamma è diventata uomo, bon, punto.

Quindi s’i’ fossi omo:

1. spiego al bimbo che per magia m’è spuntato un pisellone, lo vesto, gli preparo la colazione, lo porto alla fermata dello scuolabus fingendomi uno zio e se ne riparla nel pomeriggio. Tale e quale a quando sono donna.

Ho un pene.

Però intanto con tutti questi pensieri mi sono persa la mia prima erezione, dio bono: ho trentatré anni, il mattino ha l’oro in bocca, puttana Eva!
E sono sempre più sboccato.
E guarda un po’ che s’i’ fossi omo:

2. inizio a parlare al maschile.

Rientro in casa e mi spoglio: nudo davanti allo specchio. No, nudo, no, mi metto la vestaglia, ché con la luce che c’è, mi vergogno: si vede la cellulite. Ma poi, pensandoci, s’i’ fossi omo:

3. forse forse la cellulite non c’è.

Dai, mi guardo scostando un poco questa stoffa trapuntata a fiori assolutamente antistupro (“antistupro” è proprio un termine da donna).
Però parto a specchiarmi dall’alto.

Ho un pene.

I capelli e… dio che brutti piedi! Ma cos’è un ciuffo di peli, quello lì sull’alluce? Cazzo, sì che è un ciuffo di peli! Fin dove riescono a crescere, questi maledetti? Ma forse la domanda corretta è s’i’ fossi omo:

4. dove non riescono a crescere, questi stramaledetti?

Dio, guarda sotto le ascelle.
Cristo, guarda in faccia! Dove merda ho messo le mie pinzette?  E improvvisamente realizzo oh, cielo, s’i’ fossi omo:

5. sono una checca isterica.

Però in effetti sono quasi glabro, non sarà che ho poco testosterone?
Oh, no! E s’i’ fossi omo:

6. SE FOSSI IMPOTENTE?!?

Ho un pene.

Ventitré minuti. Sono uomo da ventitré minuti e sto pensando al sesso ora per la prima volta: vedi che non è vero, che non pensiamo ad altro? Ho pensato al coso, lì, come si chiama, il piccolo umano. Poi ai peli. No, prima che ai peli all’erezione mancata, ma era mancata quindi non conta come sesso.

E poi ho un pene.

Comunque non riesco a togliergli gli occhi di dosso; non posso fare a meno di ammirarlo con certo rispetto e reverenzia: sei proprio bello.
Ma guardati, hai scritto “potenza” ovunque: sei ENORME.
S’i’ fossi omo:

6. parlo di “lui” con “lui”.

Ho un pene.

Ventisei minuti e ancora non ho avuto il coraggio di toccarti. Nemmeno una carezza, un pizzico, una spostatina da una parte all’altra del cavallo dei pantaloni. S’i’ fossi omo:

7. mi chiedo con timore se non ci sia una qualche comprovata teoria scientifica alla base di quella cosa che si diventa ciechi. Sono sempre stato per le verifiche empiriche.

Chissà se sono rimasto elastico e snodato come nel mio corpo a doppia X, perché forse s’i’ fossi omo:

8. potrei unire il meglio delle due coppie cromosomiche e provare quella cosa dell’autofellatio…
mmm a u t o f e l l a t i o…

Oppure, no, fermi tutti, tu stai buono lì che ho un idea (e un pene): potrei chiamare quella mia amica lontana che mi piace tanto, spiegarle la faccenda e s’i’ fossi omo:

9. no, sono ancora troppo femmina per non pensare che se vedo la mia amica nuda e lei è più bella di me ci resto troppo male. Niente.

S’i’ fossi omo:

10. torno sull’autofellatio…mmm a u t o f e l l a t i o…

Oppure, no, fermi tutti, tu stai buono lì che ho un idea (e un pene):  il mio fidanzato! Se gli dimostro che sotto a quella Y ci sono io, magari riesce a soprassedere sul fatto che

ho un pene.

S’i’ foss’ omo:

11. alla fine ho un uomo, quindi sono gay.

Oppure il mio compagno mi lascia e a quel punto mi resta solo mmm a u t o f e l l a t i o…

* * *

E così ho perso la visualizzazione e sono tornata stesa sul letto: ho sentito il mio corpo di femmina, dalle dita dei piedi smaltate di fucsia, su verso le caviglie sottili, le gambe lisce, le cosce profumate di crema al miele ed il mio centro energetico proprio sotto alla pancia vellutata: insomma, una percezione totale del mio fisico essere donna.
E mi sono svegliata.

- Ben svegliata, Amore. Hai dormito bene? Guarda un po’ cos’ho io qui: un pene.

lunedì 2 aprile 2012

Tempo debito

Se ti chiedo qualcosa in prestito e tu accetti di concedermelo, sono tuo debitore; se ti domando aiuto e tu decidi di darmelo, siamo pari.
Perciò smettila, di tenere il conto delle volte che mi fai un favore, smetti di rinfacciarmi "quella volta che".

Perché se mi dai una mano per sentirti più importante, se mi dai una mano per farmi sentire più piccola, se mi dai una mano per ingrassare il tuo orgoglio e succhiare le mie energie, io non sono che quella che tu stai sfruttando, tu egoista travestito da altruista, e non ti devo proprio nulla.

domenica 25 marzo 2012

Fiaba


La stanza era gremita come sempre, gli animi già caldi: centinaia di occhi brillavano d’impazienza, in quegli istanti di attesa che precedevano il suo ingresso in scena.

Clara lo sapeva anche senza guardare, un po’ per esperienza e un po’ perché l’eccitazione degli spettatori era densa e palpabile, così tanto che nell’aria la si poteva quasi vedere: era come  quando si aprono le finestre di una stanza riscaldata, mentre fuori l’aria è sottozero; o l’effetto dell’asfalto bollente che trema in lontananza, miraggio nero di catrame sotto il sole d’agosto.

Il discorso che stava per tenere davanti a quei visi affamati e folli era ormai lo stesso da tempo e negli anni aveva raggiunto la perfezione: semplice, logico, consequenziale, prendeva per mano chi lo ascoltava per condurlo naturalmente verso quella che alla fine diventava chiaro a tutti, che fosse l’unica conclusione possibile.

Ma non era sempre stato così facile: Clara si ricordava ancora bene le prime volte, quando si era trovata a doversi scontrare dapprima con l’indifferenza, poi la con la diffidenza, fino ad arrivare ad un momento in cui la gente aveva addirittura avuto paura di lei. Ed era stato proprio quello, il momento in cui aveva capito che, forse, le sue parole stavano muovendo qualcosa; l’attimo fragile in cui le sue idee stavano gettando semi nei cuori della gente intorno, semi che avrebbero potuto germogliare e fiorire, se solo lei fossi riuscita farli sentire tutti al sicuro.
Perché Clara sapeva, che una sola persona può cambiare il mondo: da Gesù Cristo a Giulio Cesare, da Gandhi a Harvey Milk, da Carlo Magno a Bill Gates, in un susseguirsi di nomi e cognomi di persone giuste, al momento giusto. E poteva esserlo anche lei, perché era il momento giusto e la gente se la meritava, infine, una via d’uscita verso la libertà quella vera, quella che li avrebbe resi finalmente tutti indipendenti, autonomi e responsabili: uomini e donne consapevoli e felici.

“La parola “crisi” non manca un discorso ormai da diversi anni: ce la portiamo dietro da tempo (o forse è lei, che si trascina dietro noi), come l’inopportuna compagna di viaggio che nessuno ha invitato, ma che si è presentata lì sul pullman con le valigie già pronte ed è partita con noi. Non aveva neppure il biglietto, a pensarci bene, eppure nessuno ha pensato di controllare: ce la siamo trovata seduta accanto e abbiamo cominciato ad andare, infastiditi, ma dando la sua presenza per inevitabile. Insomma, una clandestina dichiarata che nessuno voleva, ma che tutti abbiamo lasciato salire e così, rosi dal senso di colpa, abbiamo scelto la via più facile:  attribuirle la responsabilità unica ed incontestata di ogni situazione storta.

(Breve parentesi su una questione che mi fa ridere di gusto: grazie alla parola crisi siamo diventati amici anche del termine “spread”, che fino a poco tempo fa, correggetemi se sbaglio, nessuno di noi aveva mai neppure sentito nominare. E invece ad oggi ne siamo diventati conoscitori tanto esperti, che oltre ad essere il primo ragguaglio che chiediamo ai notiziari appena svegli, prima ancora di dare il buongiorno alla persona cara, riusciamo abilmente ad infilarlo in ogni frase: al bar, in ufficio, durante il Cenone e persino dalla parrucchiera. Un po’ come sto facendo io adesso)
.
E parliamo di fantastiglioni di paperdollari di debito pubblico (che se è pubblico è anche mio, nonostante io tutti questi soldi non li abbia mai visti), cui imputiamo in coppia con “crisi” tutti i nostri problemi, da cui ci sentiamo ormai così schiacciati e oppressi, che un po’ per il peso in sé, un po’ per risparmiare, ci siamo ridotti a vivere in 2D.

E quando arriva l’inverno, poi,  come accade ogni anno, una volta l’anno? Da quando abbiamo la crisi (e lo spread) sul nostro autobus, pare ci occorrano colpevoli persino per eventi prevedibili come le stagioni, da cui ci lasciamo cogliere del tutto impreparati: i trasporti si fermano un po’ di più, vetusti cumuli di lamiere bloccati in bozzi di ghiaccio; la neve sconfigge la nostra quotidianità, ormai affidata a ritmi innaturali di cui ogni variazione climatica ci sbatte in faccia l’artificiosità; il freddo uccide un sempre crescente numero di persone che non hanno una casa o di persone che una casa ce l’hanno, ma è una che non le ripara dalla morsa del gelo, perché  i trasporti bloccati, i ritmi mandati all’aria e l’economia che non gira non portano più energia o gas o entrambi.

In questa situazione di ordinario maltempo, abitudinario malessere, solita rassegnazione e sterile indignazione, ricordo quando giunse voce di una signora, che da qualche parte aveva aperto il suo albergo di trenta camere ai senzatetto, affinché questi trascorressero al riparo il tempo necessario a che il gelo passasse (almeno fino al prossimo, ennesimo, ciclico e prevedibile inverno) e la cosa aveva fatto notizia e scalpore.
Fate cenno di sì, la ricordate anche voi: praticamente questa signora è diventata famosa. Ma vi siete chiesti  perché questa signora è diventata famosa? Vi siete risposti che è  perché ha compiuto un gesto altruistico, perché ha verosimilmente contribuito a salvare delle vite, ma non è così. La spiegazione è meno immediata e molto più triste: questa signora è diventata famosa perché è UNA. Una persona, che ha risolto momentaneamente a trenta persone il problema della dimora. Fanno trentuno persone in tutto, coinvolte direttamente in questa faccenda. Trentuno. Quanti siamo nel nostro Paese? Quanti in Europa? E nel cosiddetto mondo civilizzato?

“Tutti dovrebbero avere una casa, cibo a sufficienza, abiti adeguati, la possibilità di scaldarsi quando fa freddo”. Quante volte l’avete sentito, detto o pensato?
Per la strada si raccolgono interviste a uomini e donne con lo sguardo contrito, che si dicono partecipi della sofferenza di chi sta peggio; interviste a uomini e donne con i volti rassegnati, buttati a terra sotto i portici della capitale come foglie secche, indurite dal vento e dal sole; interviste a giovani arrabbiati, che con i loro cartelli ed i loro canti vorrebbero salvare il mondo, ridistribuendo la ricchezza all’interno di questa società. E dibattiti: dibattiti in televisione, dibattiti online, dibattiti in radio per decidere chi ha la colpa e chi può aiutarci ad uscire da questo pantano economico, con quali tagli, quali investimenti, quali tasse, quali agevolazioni. All’interno di questo sistema, dove nulla pare funzionare, dove c’è sempre chi resta indietro, dove nessuno riesce ad annullare l’ingiustizia. Perché questo sistema all’interno è sbagliato.

E se allora tutti, da subito, insieme, adesso, provassimo a uscire, da questo sistema? Se tutti vedessimo che non siamo in una gabbia senza via d’uscita, ma che siamo in una gabbia che è aperta su di un lato e che andarcene sta solo a noi, che siamo padroni di uscirne, anche se molti non riescono ancora a scorgere quello che c’è all’esterno? Perché avere paura di uscire nell’ignoto, se tanto dentro non stiamo bene?

Tutti dovrebbero avere una casa, cibo a sufficienza, abiti adeguati, la possibilità di scaldarsi quando fa freddo, vero? Tu sei d’accordo? E tu? Lei, laggiù, signora? E tu lì dietro? Dite tutti sì.
Ma non lo pensate davvero. Nessuno lo pensa davvero, neppure quelli che una casa non ce l’hanno, quelli che sono senza cibo, senza abiti adeguati.
No, non lo crediamo davvero, perché se ci credessimo, se ne fossimo intimamente convinti, se non ci fossimo lasciati lavare via la consapevolezza dei nostri diritti da un sistema economico basato sul debito e quindi sulla povertà, sull’infelicità, su un denaro che è solo carta straccia, se lo credessimo tanto da non doverci nemmeno porre il problema se sia o meno un diritto, non ci sarebbero persone che ne sarebbero state private. E non ci sarebbe crisi, né spread, né debito, né economia, né denaro.

Perché se abitare è un diritto, non c’è affitto: non c’è l’idea di guadagnare con un’abitazione, perché è mio diritto averla, è tuo diritto averla, è suo diritto, è loro diritto. Perché è diritto di tutti.

Perché se mangiare è diritto, non c’è spesa: non c’è l’idea di dover guadagnare per consentire al prossimo di sfamarsi, perché nutrirsi è suo diritto. Tuo diritto, mio, loro.

Perché se l’abito è un diritto, non c’è l’idea di guadagnare per vestire me, te, lui, lei, loro.

Perché se l’energia è un diritto.

Perché se l’istruzione è un diritto.

Perché se l’intrattenimento è un diritto.

Perché se la salute è diritto.

Perché se la vita è un diritto.

Se la vita è un diritto, quale che sia il ruolo che  ognuno di noi decide di assumere nella società – se adoperarsi per creare abitazioni, nutrire, fornire abiti, energia, diffondere istruzione, occuparsi della salute, intrattenere -, non abbiamo poi bisogno di nessuna moneta sonante, né di nessun di pezzo di carta frusciante, per avere accesso a tutto quanto ci spetta - un’abitazione, cibo, vestiti, energia, istruzione, salute, intrattenimento-: ce lo garantiamo naturalmente a vicenda,  senza pensare che sia uno scambio, senza baratti e senza invidia.
Solo perché è un diritto”.

La platea era incontenibile, le ovazioni incommensurabili, gli applausi scroscianti. La voce di Clara aveva gridato le ultime parole, in un crescendo di emozione e decibel, come ogni volta, ogni volta che era per lei come se fosse la prima, perché non c’era affettazione: solo convinzione, coinvolgimento e speranza. E tanto amore.
Per questo la folla l’acclamava sempre, per questo era accolta sempre col medesimo calore e per questo riusciva a toccare i cuori di tutti quelli che l’ascoltavano. E che nascevano a nuova vita. E che si sarebbero precipitati fuori, per condividere quella nuova luce che risplendeva dentro ognuno, una luce di libertà e liberazione.

Ma come ogni volta, arrivavano implacabili gli infermieri con le loro siringhe piene di chimica: distruttrici di volontà ed entusiasmo, disruttrici del sentire e della consapevolezza, distruttrici del pensiero libero, obliteratrici del diverso.

Le concedevano di parlare una volta la settimana –una volta ogni quindici giorni, quando capitava che qualcuno non si fosse comportato a modo. Era il premio della domenica, come il gelato: una fiaba della buonanotte che agitava gli animi, ma che tutto sommato non faceva molti danni, se sedati per tempo.

Ma nonostante gli anni trascorsi da reclusa, gli anni di chimica e repressione, nonostante l’alienamento e l’oblio, Clara se la ricordava ancora quella volta: la volta in cui avrebbe potuto, l’attimo fragile in cui le sue idee stavano gettando semi nei cuori della gente intorno, semi che avrebbero potuto germogliare e fiorire. Perché Clara non era la sola a saperlo, che una persona può cambiare il mondo: lo sapevano anche quelli che il mondo non volevano che potesse cambiare mai; quelli che tenevano sotto controllo le persone giuste, per evitare che rischiassero di arrivare al momento giusto. Quelli l’avevano rinchiusa lì, per obliterare il diverso.

martedì 13 marzo 2012

Il bene della famiglia

Io ho fatto di tutto per tenere le cose in piedi e la famiglia unita: i sacrifici, che ho fatto, li so solo io.
Ve l’ho già raccontato un milione di volte almeno, no? Un milione o giù di lì. Lui non doveva fare niente,  mai niente; mi occupavo di tutto io e lui non doveva nemmeno pensare: io prendevo tutte le decisioni per la coppia e per il bambino, io stabilivo i ritmi, io soddisfacevo i gusti di tutti – che coincidevano sempre, perché siamo una famiglia - io mi preoccupavo di scandire le ore di veglia e sonno, distribuivo doveri e piaceri; io mantenevo i rapporti sociali, io gestivo l’immagine della famiglia sulla base di quello che ritenevo più opportuno per tutti quanti, sulla base di quello che gli altri volevano vedere. Io amministravo persino il denaro: a lui non restava che il compito di portarlo a casa. Il compito di guadagnarne quanto io stabilivo che ci servisse. E farlo attraverso un impiego che gli desse un tono, che corrispondesse a quell’immagine di noi che avevo deciso. Per noi.

Lui invece non c’era mai: era sempre assente per lavoro, anche durante quella manciata di ore che trascorreva a casa. Sembrava che il lavoro fosse più importante di noi ed io questa cosa non l’ho mai capita. Al mattino usciva all’alba e prendeva il caffè in autogrill: non voleva nemmeno fare colazione con me, solo perché l’aspettavano due ore di traffico. Cosa gli costava, cinque minuti per un po’ di latte e biscotti? Avrebbe potuto essere il momento giusto per metterlo al corrente dei progetti che avevo fatto per la nostra vita, dei passi che avevo iniziato a fare per far sì che quei progetti prendessero piede. La sera non cenava mai con noi, perché c’era sempre una riunione, una presentazione, una videoconferenza. E poi non so come facevo a sopportare tutto, ma c’era questo traffico anche al rientro, per cui magari usciva dall’ufficio alle nove, dieci di sera, ma non tornava prima delle undici: vi rendete conto di come passavo le giornate? Tutto sulle mie spalle. Alla fine, quando rientrava ero distrutta. Eppure aspettavo sveglia, per parlargli di quei corsi cui avevo iscritto il piccolo, che tutte le mie amiche ci mandavano i figli e noi non potevamo certo essere da meno; oppure mostrargli le brochures delle vacanze che avevo prenotato (che tanto lui avrebbe trascorso il tempo al computer a fare cose per i colleghi). Non si accorgeva neppure dei miei vestiti nuovi, delle scarpe; non vedeva i risultati dei massaggi, che avevo un corpo da fare invidia, e non capiva mai qual era il giorno della settimana in cui andavo dal parrucchiere. E dopo tutto questo, voleva anche fare l’amore. Ma io mi rifiutavo sempre, perché era fin troppo evidente che non mi rispettasse.

Distaccato, insensibile, apatico, pessimista, distruttivo, noioso.

E poi c’è stata la depressione. Come se non bastasse già il resto. Come fa uno che non deve pensare a nulla, della sua vita, a farsi venire la depressione? Ma io lo so, che era solo un modo per attirare ulteriormente l’attenzione su di sé. E l’ennesimo peso sulle mie spalle: gliel’ho trovato io, il medico, ve l’ho già detto? Abbiamo discusso insieme la cura, io e lo psichiatra. Abbiamo visto insieme quello che sarebbe stato meglio per lui, il dottore ed io.

Finché quell’ingrato, insensibile, egoista, irrispettoso, ha deciso di lasciare: mollare, cedere, abbandonare tutto quello che avevo costruito. Debole, vigliacco, che da solo non avrebbe saputo neppure abbinare la camicia alle calze, perché non aveva mai deciso cosa indossare in vita sua, perché i vestiti glieli avevo sempre scelti io. E non sarebbe nemmeno stato in grado di nutrirsi, sapete? Perché la spesa la facevo io e io sceglievo cosa mangiare e io preparavo i menù e le porzioni.

Quando se n’è andato sapevo che non faceva sul serio: sapevo che sarebbe durato poco, perché era solo il capriccio di una crisi di mezza età. Ho provato a spiegargli numerose volte che andarsene non era ciò che voleva; ho provato a fargli capire che le sensazioni che provava erano fasulle e comunque sbagliate; ho cercato di mostrargli i suoi veri pensieri, perché quelli che esponeva lui, parola mia, erano talmente ridicoli e così lontani dall’immagine che avevo costruito nel tempo, pezzo dopo pezzo, un tassello dopo l’altro.

Ma ho sempre avuto un ascendente forte, su di lui: conoscevo le sue debolezze e le sue paure e avevo lavorato di cesello perché non si smussassero col tempo e, anzi, affinché prendessero la forma che desideravo io, quella che più mi tornava utile per manipolarlo a mio piacere. Quanti sensi di colpa, che sono stata in grado di fargli venire; quante volte deve essersi pentito di quello che si è permesso di fare; quante volte gliel’avrò fatto capire che è mio. Tutto mio. Perché nessuno può volermi lasciare e nessuno può lasciarmi.

Era mio: io l’avevo costruito e lui non aveva il diritto di voler vivere lontano da me. Non aveva il diritto di essere diverso da come l’avevo disegnato, non aveva il diritto di essere felice, non aveva il diritto di essere: l’avevo creato perché non lo volesse nessun’altra, perché non si volesse neppure da solo.

Sarebbe tornato, se non fosse stato per quella puttana che si è messa in mezzo. Anche se non sopportavo quello che era diventato, anche se non potevo guardarlo negli occhi senza vomitare, anche se detestavo tutto quello che faceva, anche se mi veniva voglia di picchiarlo forte quando sentivo la sua voce, doveva tornare. Era andato via da due anni, ormai era tempo: non potevo più sopportare quell’immagine di fallimento, che essere una donna separata trasmetteva a tutti i miei conoscenti.

Io l’avevo plasmato affinché non piacesse a nessuno, neppure a se stesso. Ha avuto solo quello che si meritava, quella puttana rovina-famiglie.

Per fortuna con il mio bambino è diverso: lui sarà perfetto.

Ho qui una sua foto: vuole vederla,Vostro Onore?

lunedì 27 febbraio 2012

(un po’) Sul Giornalismo (si potrebbe dire) Parte Terza


Da piccola volevo fare la principessa, ma i miei genitori dicevano che non avrei mai potuto esserlo, perché principessa si nasce ed io non lo nacqui.
L’idea di diventare una principessa per contratto matrimoniale, come Cenerentola, non ha mai preso piede: sarà che quando ero bambina io, i principi erano Carlo e direi basta, dato che di quelli giovani non andava ancora di moda parlarne e alcuni dovevano ancora nascere.

Così da un po’ meno piccola volevo fare l’artista di circo: trapezista, per la precisione. Ma i miei genitori dicevano che non avrei mai potuto esserlo, perché artisti di circo si nasce ed io non lo nacqui.
Il pensiero di frequentare una scuola non mi ha mai sfiorato, per il semplice fatto che nessuno mi aveva mai detto che esistessero delle scuole apposta.

Poi da non proprio più piccolissima volevo fare l’eroina coi superpoteri, ma i miei genitori dicevano che non avrei mai potuto esserlo, perché coi superpoteri si nasce ed io, non lo nacqui.
A cercare un ragno radioattivo, un meteorite, un costume alieno e della polvere di fata ci ho anche provato, ma che posso dire: se l’erano già presi tutti Peter Parker, I Fantastici 4, Ralph Super Maxi Eroe e quell’altro che non vuole mai diventare grande.

E così, in un crescendo di strade impraticabili, di sogni stroncati sul nascere al primo impatto con la dura realtà delle cose, al culmine delle mie illusioni giovanili, da adolescente volevo fare l’insegnante. Ma insegnanti si nasce fuori dall’Italia, ed io…

(Poi i genitori hanno il coraggio di muovere obiezioni, quando lo psicanalista dei figli arriva alla solita conclusione: che tutti i problemi che gli eredi hanno, glieli hanno causati loro).

Ad ogni modo, non volevo parlarvi di quelle che sono state le mie aspirazioni di bambina, bensì sottolineare quelle che non lo sono state: non ho mai desiderato diventare un’astronauta - nonostante il mio nome avesse dei notevoli predecessori nel settore - né la ballerina, né la cantante (questo credo solo per non sentirmi dire  che con la bella voce ci si nasce ed essere così costretta ad ammettere che io, purtroppo, eccetera), né la giornalista. Il che è strano, perché nel mio immaginario la giornalista rientrava nella categoria eroina con superpoteri: una donna coraggiosa che smascherava i cattivi e proteggeva gli indifesi, che s’immergeva nelle situazioni più pericolose, guidata dal sacro fuoco della giustizia e della verità.

Così alla fine i miei studi e le mie esperienze sia lavorative, che di svago, li ho condotti intorno a quel nucleo centrale, che è una delle esigenze fondamentali dell’essere umano: la comunicazione. Sì, in altre lingue e attraverso lo studio di altre culture, ma questo non è una divagazione dal tema centrale, bensì un valore aggiunto, un’estensione di questo fulcro, di quel bisogno comune che è comunicare agli altri la nostra esistenza, per poter dire a più persone possibili “ci sono anch’io, guardami!”.
Ho sostenuto gli altri nei loro piccoli momenti di consolazione ed autogratificazione (sono stata commessa in gelateria); ho ascoltato individui, abituati solo ad essere sentiti (ho lavorato come assistente turistica); ho aiutato persone a vedere, persone che prima guardavano soltanto (sono stata insegnante); ho contribuito a far respirare gente, che fino a poco prima si limitava a boccheggiare (sono stata scrittrice). Finché non ho più avuto la possibilità di essere nulla.
Per molto tempo (sono disoccupata).

Solo allora è successo che qualcuno mi invitasse a considerare l’idea che, forse, quell’eroina portatrice di verità e buon esempio, che combatteva i nemici con la penna, come nel più tradizionale dei detti popolari, be’ forse quell’eroina avrei potuto essere io. Così, di punto in bianco:
“vuoi provare a fare la giornalista?”.

Non mi è bastato il fortissimo senso di disagio che ho provato nel momento in cui mi è stata fatta questa proposta, per capire quel semplice fatto: non fa per me. O meglio, non me lo sono fatta bastare apposta, il fortissimo senso di disagio che ho provato nel momento in cui mi è stata fatta questa proposta, per capire quel semplicissimo fatto: non fa per me.
Credo che sia stato il ricordo della vocina dei miei genitori, il loro “non puoi fare questo, perché…” di quando ero piccola, che mi precludeva l’accesso ai miei sogni più splendenti, che si sia fatto sentire in quel momento, portandomi per reazione ad ignorare quel fortissimo senso di disagio e quel semplicissimo fatto. Oppure l’eco di quella stessa vocina, che mano a mano che crescevo era diventata “non puoi non fare questo, perché…”.

(Perché poi da una parte di dicono che non puoi fare, mentre dall’altra ti dicono che non puoi rinunciare. Dopodiché si offendono, quando lo psicanalista dice che tutto è nato da loro).

Così mi sono buttata alla ricerca dei nemici della verità e della giustizia, con la mia potentissima arma sferografica nella borsetta.

E quale luogo migliore per incontrarne, se non un pubblico ufficio? Gli uffici pubblici sono notoriamente covo dei cattivi della peggior specie: i cattivi cattivissimi, pronti a gettarsi sulle povere vittime, aggirandole con l’astuzia e finendole con la malvagità, senza pietà. Peggio degli uffici pubblici, ci sono solo il Gatto e la Volpe.
Quante volte siete stati vittime di code infinite all’ufficio postale, di attese sfiancanti alle asl, di ore interminabili all’Inps? Troppe. Le segnalazioni di abusi sono così numerose, che anche un’eroina alle prime armi come me, con quel senso di disagio che non se ne va, può trovare il suo anti-eroe da affrontare.

E avevo visto giusto, perché in quel piccolo nuovissimo ufficio di paese sembrava che nulla funzionasse: le porte dei diversi specialisti erano state costruite in modo tale che  gli utenti in attesa del proprio turno, ma per servizi diversi, si ammassassero gli un sugli altri in un limbo indistinto; il display luminoso, che avrebbe dovuto avvisare che finalmente tocca a te, sì proprio a te, laggiù, numero 75! non funzionava, né esisteva altoparlante, per supplire a questo malfunzionamento; per i pagamenti elettronici mancavano i collegamenti: solo contanti; gli orari non erano segnalati; nessuno conosceva i numeri di telefono del centralino o degli interni (neppure i dipendenti) e non c’erano ingressi che davvero soddisfacessero i criteri per i portatori di handicap. Ho anche cercato un cestino - un gettacarte, una sputacchiera - ma invano.
Insomma, uno sfacelo: tutti i mali del Paese sembravano essersi dati appuntamento lì. Lì dove c’erano anche loro, le vittime: i poveri indifesi, costretti a sottostare, inermi, alle ingiurie di quei cattivi cattivissimi. Parlavano, gridavano, si lamentavano, così frustrati e impotenti, che mi aspettavo di vederlo arrivare da un momento all’altro, quel Caron dimonio, con occhi di bragia, a batter col remo qualunque s’adagia.
E tutti avevano qualcosa da dire, tutti cercavano i miei occhi per poter condividere il proprio disappunto, la propria indignazione: ognuno con una storia da raccontare, ciascuno desideroso di un sostegno, di un riconoscimento.
E allora ho sfoderato la mia arma, la mia penna al servizio della giustizia, per cominciare a dare voce agli inermi, per dare anche a loro la possibilità di urlare al mondo intero il proprio io non ci sto.

“Sono una giornalista” mi usciva con fatica e mi sentivo decisamente di più Julia Roberts, che Erin Brockovich, ma sono sempre stata brava, a recitare e quella frase davvero sortiva un effetto, seppur pronunciata con latente disagio: come se anziché annunciare una professione, io avessi detto per il potere di Grayskull! o cristallo di luna, vieni a me!

Sortiva un effetto, quella frase, ma non era esattamente quello che mi sarei aspettata: passi che non era quello che da bambina immaginavo avrebbero avuto i miei indifesi, nel vedermi arrivare volando, pronta a liberarli dal mostro che li opprimeva, ma non era neppure quello che mi ero immaginata nell’uscire di casa mezz’ora prima, perché magari non avrei fatto il mio ingresso volando, ma sicuramente sarei stata lì per liberarli dal mostro che li opprimeva! L’unico effetto che la mia arma luccicante pareva avere, era quello di un cerotto: un bavaglio, un ddl sulle intercettazioni, un post-it sulle bocche dei miei inermi. Silenzio improvviso. Un silenzio assordante, un ossimoro da manuale. Quel “sono una giornalista” non aveva funzionato solo come la manopola del volume di uno stereo: aveva direttamente spento l’interruttore della percezione  dell’ingiustizia subìta. Insomma, di colpo i miei oppressi non si sentivano più oppressi.

-Ma tutta questa confusione, non dicevate che era lesiva della privacy?
-No, anzi: stiamo tutti insieme così passiamo il tempo.
-Ma lamentavate che non si sentiva nulla, che così si rischia di perdere il turno.
-No, no: basta tendere l’orecchio.
-Ma i lunghissimi tempi di attesa, Lei è qui da tre ore, raccontava.
-Eh, ma bisogna capire: ci sono pochi sportelli.

Sono ritornata in quell’ufficio nuovo per una settimana e per una settimana ho preso parte alla medesima pantomima: stessa bolgia, stesse urla, stessi silenzi. Una settimana. Finché non mi sono stancata.

“Innocenti e vicoli bui: ma non imparano mai?”, recitava una scena di un telefilm che non ricordo. No, non imparano mai: gli innocenti s’infilano nei vicoli bui perché scelgono di essere innocenti e si lasciano cadere volontariamente in situazioni pericolose, al solo scopo di potersi poi lamentare; per scaricare sempre su altri colpe che sono solo loro. Perché è più facile: è più facile lamentarsi, farsi compatire, piuttosto che sforzarsi di evitare i pericoli o adoperarsi per metterci una luce, nel vicolo buio.

E ho rivalutato Metroman, l’eroe che si prende bonariamente gioco del “cittadino qualunque” perché lo sa, che il cittadino qualunque non imparerà mai a salvarsi da solo; l’eroe che finge di morire, perché è stanco che gli altri si aspettino da lui che risolva tutti i loro problemi, mentre loro non fanno che guardare e gridare.

E mi convinco sempre di più, che nella lotta tra gli uomini di X e gli altri, alla fine quello che ha davvero ragione, è solo Magneto.