martedì 4 giugno 2013
Dono
Il bancone di un negozio è una vetrina sull'umanità: ogni giorno ti sfilano davanti persone e masse, vizi e virtù, presenze e assenze e, se sei osservatore attento, ciscuno ti regala il suo dono unico e prezioso.
Per un tipo come la qui scrivente Clara, che rabbia e incazzatura bisogna tirargliele fuori con le pinze chirurgiche e che per natura trova un abominio provare antipatia per qualcuno, un gran regalo è quando arriva Lo Stronzo: quello che entra e non saluta, gli dici "Buongiorno" e non saluta, esce e non saluta, gli urli "Grazie e arrivederci!" e non saluta. Sì, perché uno così non puoi proprio evitare che ti stia sulle palle e, il fatto di non riuscire a scambiarci neppure un fiato, solleva dall'altrimenti inevitabile senso di colpa per l'energia negativa inviatagli.
In materia di rivalutazione delle dinamiche personali familiari, aiutano invece quelli che (la stragrande maggioranza) dicono "faccio solo un giro" e li vedi frugare ogni angolo e ogni rettilineo, toccare laqualunque, raccogliere qua e là indifferentemente oggetti grandi e piccoli, colorati e neutri, per la cucina, per il bagno, per la camera, per il giardino, per il salotto, per il patio, per poi uscire senza acquistare nulla, lasciandosi alle spalle una devastazione che neppure Attila re degli Unni. Sì, perché gentile clientela, non illudetevi con la solita scusa scaricabarile che "io mollo tutto dove mi pare perché c'è chi è lì pagato per mettere a posto i miei casini", perché questa non è altro che una giustificazione inconstistente del vostro molle abbandono, del vostro senso di rivalsa su una mandria di figli che avete mal educato e vi seminano i pavimenti di panni zozzi e puzzoni (ché "il cesto della biancheria è troppo lontano e poi ha il coperchio da alzare e riabbassare ed è una faticaccia e poi comunque chissà come un modo per buttarsi in lavatrice lo trovano perché poi io addirittura li ritrovo già piegati nei cassetti"), di una madre che ha cercato di ben educarvi, ma vi dava l'assillo mettendovi i calzini della palestra sotto al cuscino, per farvi capire come la naturale evoluzione biochimica di un prodotto a un passo da una putrefazione, si possa prevenire grazie ad un semplice gesto, o ancora di una moglie che trascorre le sue giornate a non far altro che spendere i soldi che voi soli portate a casa, stanchi, disfatti, nervosi, frustrati, e quindi "che almeno si dia da fare in casa, 'sta zecca sanguisuga", ma tanto niente, perché ha assunto una colf. Quindi cari, quando lasciate traccia del vostro passaggio come l'undicesima piaga d'Egitto, sappiate che, per dirla con parole certamente condivise da ogni capo/proprietario di questo mondo, noi attendenti siamo pagate per 1) vendere 2) vendere 3) vendere 4) vendere eccetera finché non è finito anche l'ultimo tassello che tiene su i bancali; non per farvi da balia, non per correre dietro alla vostra diseducazione o alle vostre piccole ripicche da serial killer in erba (un classico, che ha un oggetto del suo odio, ma anziché prendersela con quello si sfoga su dei simulacri). "Quindi scusa, di quale rivalutazione personale familiare parlavi sopra?", vi starete domandando, se non vi siete persi nel frattempo... be', la rivalutazione delle energie spese durante le quotidiane infinite battaglie con mio figlio, atte a renderlo in futuro un adulto forte e indipendente, che non abbia bisogno di appoggiarsi continuamente a qualcuno e che non vada in cerca di una compagna-serva, una commessa-serva, un'amica-serva, per ricreare il rapporto malato con una madre-serva. Che poi gli individui che si rendono inconsapevolmente servi di altri, ahimè, lo fanno nel manipolatorio tentativo di rendersi indispensabili, guidati dalla paura di restare soli. Ma questa è un'altra storia.
Poi ci sono quelli che entrano, ti salutano, ti illustrano perché sono venuti da te, si servono e pagano, il tutto nel giro di tre minuti e dodici: i Bolt dello shopping, che io resto lì basita con la salivazione azzerata dall'immensa ammirazione per cotanta sicurezza , concretezza, pragmatismo, capacità decisionale e conoscenza delle proprie esigenze. TA-TA-TA: pensato-detto-fatto. Un regalo notevole, ricordarmi che esiste la possibilità di sapere esattamente ciò che si vuole e di agire per ottenerlo.
Per contro, opposti e complementari, arrivano anche i bradipi confusi, ossia i tipi che esordiscono come gli Unni, ma con un interrogativo finale che fa la differenza: "Faccio un giro?". E lì è la fine. Insomma, se tu chiedi a me se è il caso o meno che tu faccia un giro, io già mi prefiguro svolgimento e finale della tua visita: entri indeciso, ti soffermi un tempo indefinito e incredibilmente dilatato - tanto che arrivo a un punto che mi ero persino dimenticata che tu ci fossi - e poi esci a mani vuote, camminando all'indietro e lanciando ultimi sguardi colmi di rimpianto a tutto ciò che non hai comprato, dubbioso e titubante fino all'ultimo, quando abbandoni il moto a granchio e scompari nel negozio accanto (ove verosimilmente ripeterai quanto sopra). E loro appunto mi riprongono il dilemma della scelta procrastinata all'infinito, della perenne indecisione, del tempo perduto in un limbo cosmico, energie e giornate buttate nel cesso, e allora penso: "wow, c'è anche chi è messo peggio di me". E per qualche ora ritrovo una sorta di
spinta decisionale, un moto indirizzato all'azione.
E infine vi è il dono più gradito, che ti resta dentro come linfa, che diventa parte di te, del tuo tessuto, che attraverso gli occhi del cuore diventa nutrimento per i corpi tutti e per l'anima intera: sono gli individui che entrano per farsi una coccola e ti permettono, in questo modo, di far loro un bene che fa bene anche a te. E costoro meritano un esempio particolare e non una generalizzazione.
Ieri pomeriggio è entrata una signora: un'età indefinita tra i sessanta e i settanta, una donna-moglie-mamma senza tempo, né alta né bassa, ma grassoccia quel tanto da risulatare tracagnotta; la tinta casalinga con la ricrescita a vista, instabile sulle gambe, dura d'udito. È entrata senza salutare e ha iniziato a girovagare apparentemente senza meta, contemporaneamente a una coppia che ha detto buonasera e ha chiesto il mio aiuto e, quindi, ho rivolto loro la mia attenzione, trascurando la signora errante che, di quando in quando, spuntava dietro un espositore o un altro. Passata almeno una mezz'ora buona, dieci minuti a sentirla armeggiare con le tende senza vederla, le sono andata incontro, confesso, più per paura che facesse dei danni, che non per volontà di attenderla. L'ho trovata china, curva sulle superofferte-due-confezioni-cinqu'euro, mentre cercava contemporaneamente di passare in rivista ogni modello possibile, per scegliere quello più giusto, e di trattenere i sacchetti che le fermavano la circolazione ai polsi e che le cascavano da tutte le parti. Circa dieci minuti li abbiamo trascorsi ad aprire insieme tutte le confezioni e io ancora pensavo "tutto questo tempo per cinque euro", ma con vergogna perché c'era qualcosa nei suoi occhi di piccola dolce signora tracagnotta ipoudente con la ricrescita, una limpidezza di bambina provata da preoccupazioni più grandi di lei, ma che non le hanno rubato la capacità di gioire e meravigliarsi delle piccole cose. E intanto mi chiede scusa per il disturbo mille volte e mi spiega che non vuole spendere tanto perché, alla sua età, di cose per la casa ne ha, ma ha anche tanta voglia di cambiare e trovare esattamente quello che desidera in quel momento e non prendere tanto per prendere. Mi chiede consigli su cosa starebbe meglio in casa sua e ridiamo insieme, perché però io non lo so, signora, com'è casa sua. Poi prende un'altra tenda per un'altra camera, perché le piace la forma, anche se il colore no e le dico guardi, signora, che ci sono anche altri colori e lei mi dice grazie mille volte, perché è anche ipovedente e gli altri colori non li aveva trovati. Adesso è la volta dei tappeti, perché ha proprio deciso di rinnovare le stanze, con pochi piccoli tocchi significativi e pochi piccoli euro e allora via, a srotolare tappeti di ogni dimensione e colore per altri dieci minuti e lei ne vorrebbe due uguali, ma due uguali non ci sono per cui ne cerchiamo due che stiano bene insieme. Infine vede le farfalline magnetiche per tenere sollevate le tende, ma ci sono tanti colori e lei vorrebbe trovare esattamente quello che sta meglio con quelle che ha scelto prima e allora cinque minuti, con i fiori e le farfalline rovesciate sul bancone, posate una ad una sul tessuto per scovare l'abbinamento giusto. Poi mi chiede del lenzuolo sotto con gli angoli fucsia che le piace tanto, ma fa i conti e dice che forse è meglio un'altra volta.
Quanto fa?
Sono 21, signora.
Non può fare 20?
Ci provano tutti, ma lei ha un tono diverso e quello sguardo...
Va bene.
La ringrazio! - e s'illumina – Altrimenti avrei dovuto lasciare una farfallina, perché mi sono rimasti solo 20.
Ecco, questi sono quelli che ti restano dentro come linfa, diventano parte di te, del tuo tessuto, che attraverso gli occhi del cuore nutrimento per i corpi tutti e per l'anima intera: sono gli individui che entrano per farsi una coccola e sono una benedizione per l'umanità intera, perché quando non c'è più la voglia di farsi una coccola, nulla vale più la pena.
venerdì 8 marzo 2013
L'8 m'arzo
Ci sono stati tempi e luoghi in cui la donna ricopriva, all'interno della società, ruoli di responsabilità e guida spirituale, medica, educativa, ed era indiscussa e rispettata consigliera; tempi e luoghi in cui l'essere umano si riconosceva parte della natura e non padrone di essa, in cui il forte legame del femminile con la forza creatrice, con l'Amore, era chiaro ed evidente, accettato senza invidia o frustrazione dal maschile, che dal canto suo era ben consapevole del proprio ruolo: complementare e non superiore, in alcun modo in competizione. Società passate, che oggi si sono ridotte a comunità, a tribù, a clan, lasciando il posto a strutture globali sempre più distanti dalla vita: artificiali, totalmente inconsapevoli del fluire dell'essenza e del significato dell'esistenza, in cui ogni istante viene programmato e organizzato per fare, fare, fare sempre qualcosa, impedendoci così di vedere e sentire chi siamo davvero, cosa vogliamo, di cosa abbiamo veramente bisogno. Società che sono lavandini colmi, con un tappo sul fondo, in cui ciascuno si lascia obbligare a nuotare contro corrente nel gorgo, per paura di finire nello scarico buio. E in queste società totalmente innaturali, la saggezza intuitiva della donna costituisce un pericolo, perché essa è in grado di vedere e mostrare l'insensatezza dell'opporsi alla direzione dell'acqua, l'inutile annaspare in queste stagnanti.
Non è un caso che in altri tempi e luoghi, le divinità fossero la Natura - Madre e Padre - e tutte le sue manifestazioni, mentre i cambiamenti siano poi cominciati con la personificazione degli dèi - uomini e donne a capo degli elementi - e abbiano poi raggiunto l'apice (ossia toccato il fondo) con la semplificazione in un unico dio, maschio e per di più vecchio: l'anti-capacità creativa in assoluto.
La proprietà privata e la donna sfruttata per il suo dono di concepire nuova vita, obbligata ad appartenere ad un uomo, per garantirgli che, una volta morto, i suoi beni potessero passare ad una sua certa progenie: svilita a tal punto, da portarla a odiare quel dono e dimenticare, per sopravvivere, la sua saggezza antica.
Santa o puttana, rimodellata a suon di botte e privazioni sulle più disperate esigenze di un uomo rimasto senza consigli, allo sbando, senza quel tramite tra cielo e terra che ha deciso di recidere con la forza. Perché di forza l'uomo ne ha di più, indubbiamente: forza bruta, potenza, possanza, pugni, calci, voce grossa. Nuovi valori a fondamento di un nuovo mondo, che piano piano va sfaldandosi sempre più, verso un'inesorabile dissoluzione.
Millenni di donne cui è stata fatta dimenticare la propria identità e che adesso, nel tentativo di reinventarsi, guardano all'unico modello che è rimasto loro, in alternativa al binomio Vergine-Maddalena, vale a dire il modello maschile, che non fa che acuire l'artificiosità del nostro tempo, dove donne-maschio (e non faccio certo riferimento alla sessualità) si prestano a umiliare, ferire, svilire altre donne, per sopravvivere: mangiare o essere mangiate. Donne che vivono in funzione dei comandamenti del maschio e che (soprav)vivono le loro vite per adeguamento o per contrasto ad essi: la donna che sta a casa a badare al piccolo nucleo familiare (e lo tiene isolato dagli altri quanto basta perché non vi trovi aiuto, ma solo misura, giudizio e confronto) e la donna che è manager rampante e in casa non c'è proprio mai; l'eterna bambina bisognosa, che passa dal padre al marito, convinta di aver bisogno di protezione, o quella che scappa di casa e non chiede mai aiuto a nessuno; quella che cede le chiavi dell'auto al maschio, ché è stato deciso che non deve essere in grado di parcheggiare, e quella che pilota lo shuttle e lo fa combaciare al millimetro, per fare rifornimento nello spazio. Donna, che ha accettato l'abito che le è stato cucito addosso nei secoli e si divide solo tra chi se lo tiene - e ci si nasconde sotto -, e chi se lo strappa via, assieme a brandelli di sé.
Non esiste festa della donna, mie carissime madri, sorelle, figlie, amanti, finché noi tutte, insieme, non facciamo che l'essere donna di per sé sia - nuovamente - una festa.
martedì 5 marzo 2013
E uscimmo infine a riveder le Stelle
Partendo dal presupposto che io, del Movimento, non condivido l’assunto di partenza (se avete lo scarico intasato e la casa piena di merda, ma la casta degli idraulici vi sta sul cazzo perché son dei ladri, liberissimi di usare il turpiloquio come sopra e chiamare un gastroenterologo per spurgare i tubi; io però scusate, ma continuo a preferire un omino con la salopette e la chiave a pappagallo, e non smetto di cercare finché non ne trovo uno che sia più onesto degli altri. Poi, se mi va, imparo il mestiere da lui), è inutile negare che come primissima reazione mi sono molto alterata.
Sì, perché dopo un decennio da disoccupata cronica - in una regione morta di tutto - a sentirmi dire millemila volte che ero “troppo qualificata” da chi cercava una segretaria, che avevo “un profilo troppo alto” da chi aveva bisogno di una commessa, che il mio titolo di studi era “troppo elevato” da chi voleva una cameriera, la settimana scorsa mi arriva il boom, il climax, lo zenit, la batosta finale, la beffa definitiva, in cui un terzo degli elettori nazionali (addirittura la metà tra i miei compaesani!) ha deciso di lasciare le redini del comando di un intero Paese a un manipolo di genti, che dell’impreparazione, dell’assenza di qualifiche, del basso profilo ne hanno fatto vanto e bandiera. “Mannatevenaffanculo!”, è proprio il caso di dire.
Parzialmente ripresa dallo shock – e incoraggiata delle persecuzioni minacciose, virtuali e personali, di certa “base” cinquestellina -, ho deciso di cercare il confronto diretto. La primissima discussione è intercorsa tra me e un amico di vecchia data, ed è però durata sì e no tre minuti: “Tutti a casa”, “Hanno rotto i coglioni”, “Bastardi, adesso vi facciamo vedere noi”. Va be’, saluti alla famiglia, arrivederci e grazie. Poco dopo mi sono imbattuta in una nota auctoritas locale, dalla quale sono stata discretamente sconvolta, ché a parte alcuni deliri mistici (“Grillo ha sempre ragione (…) prevede il futuro (…) dev’essere in contatto con qualche divinità, ahahah!”), che per me ognuno può libero di professare la fede che crede, e le solite contraddizioni diffuse (“La laurea non vuol dire niente (…) l’ottanta percento degli attivisti è laureato (…) essere onesti è più importante che essere preparati (…) io sono laureato.”), la cosa che davvero mi ha traumatizzata è stato il bizzarro concetto di libertà personale del mio interlocutore, che è venuto fuori dalla conversazione:
- Vedi, cara, prendi ad esempio una cosa come il matrimonio tra individui dello stesso: ecco, per me discutere una legge così sarebbe…
- … inutile. Non serve una legge in materia, c’è già la Costituzione, che oltre all’uguaglianza e alla pari dignità eccetera, esplicita che lo Stato deve farsi garante delle libertà individuali dei cittadini, a prescindere da … e in materia di…
- Sì, ma – pausa di riflessione – questo vorrebbe dire imporre a tutti il tuo punto di vista, invece io sono per la democrazia e la libertà individuale vera.
- Scusa, che c’entra la democrazia? La libertà individuale “vera” in campo personale è che se io voglio sposare una persona del mio sesso e tu no, io sposo una persona del mio sesso e tu no.
- Eh no: così tu imponi il tuo punto di vista su di me. La vera libertà è che se tu vuoi una cosa in fatto di morale e io un’altra, facciamo un referendum e poi passa il comportamento scelto dalla maggioranza.
- Ma scusa un attimo: se io voglio sposare una persona del mio sesso e tu no, e io ho il diritto di farlo come tu hai il diritto di non farlo, il mio diritto (il mio “punto di vista”) non incide minimamente sul tuo; al contrario, se io voglio sposare una persona del mio sesso e tu no, e io non ho il diritto di farlo perché tu e la maggioranza avete deciso così per me, il vostro punto di vista impedisce a me di vivere la mia vita come voglio io, e a te no.
- La vera libertà sta solo nella democrazia.
- Se’, va be’, cia’.
Ecco in effetti i primi confronti non sono andati benissimo così ne ho cercato un ultimo, ma questa volta sono andata direttamente dal neo-eletto deputato della mia città: dapprima l’ho contattato sul web (d’altronde è il loro mezzo preferito: when in Rome, behave like Romans) e lui è stato non solo cordialissimo, ma anche notevolmente diplomatico nei modi e nei tempi di risposta; infine mi ha proposto un incontro vis-à-vis, che io ho accettato ben volentieri. Più giovane di me, assolutamente iper-tecnologico, telematizzato, un sorriso da ex Zecchino d’Oro e la ferrea convinzione di avere dalla sua solo giovinezza, abilità tecnologiche e purezza di cuore, e il conforto di essere sostenuto e guidato da un team più preparato di lui alle spalle; ciecamente convinto della scelta di compattezza e unanimità del Movimento, sicuro che “la cosa giusta” fosse che lui (e i suoi nuovi colleghi a Roma) fungessero solo da tramite, da portavoce. No, non di Grillo (sempre dal suo punto vista): del “gruppo” e dei “cittadini”. Respiro profondo. Tanta umana simpatia, nel senso etimologico del termine. E poi una moltitudine di pensieri, il primo dei quali è stato di forte repulsione e condanna nei confronti di questa ennesima società nella società, che sta sfornando giovani uomini e donne che trovano corretto essere dei portavoce, anziché dei protagonisti: protagonisti della propria vita, in primis, e poi attivi collaboratori nel tessuto della convivenza civile, ma in quanto individui. Onesto, pulito, fresco, entusiasta, pieno di speranza e di meraviglia, ma inconsapevolmente arreso ad un’azione radicale a tappeto di annullamento della persona/personalità, in nome di un bene collettivo superiore, imposta dall’esterno e senza essere prima passati per la sacrosanta rivendicazione della propria individualità.
Sì, c’è il forum nel quale ogni cittadino potrà fare la sua proposta di legge, sì c’è la trasparenza, sì la rinuncia al venticinque dello stipendio (ma che fine faranno questi soldi? Perché noi continuiamo a pagarli, non è che non vengano emessi: l’assegno resta lo stesso, solo che ognuno di questi deputati e senatori ne percepirà solo una parte. Dice “l’intenzione è di fare come in Sicilia: un fondo comune per le piccole e medie imprese”. L’intenzione. Poi vediamo i fatti. Certo è che, per esempio, ci si potrebbe dare una mano alla sanità o alla scuola, perché è vero che le imprese – forse – utilizzeranno il fondo per mantenere o creare posti di lavoro, però se poi il neo assunto deve fare i raggi e qui in provincia non c’è più radiologia o una madre trova un impiego, ma non sa dove lasciare il bambino…) e sì anche la trasparenza, ma io resto dell’idea che c’è qualcosa di troppo – la violenza verbale – e che contemporaneamente manca qualcosa- forse pragmatismo, concretezza, non so -.
Ma se anche mi convincesse proprio tutto, io continuerei a non fidarmi ed essere inquieta, per questo motivo: la struttura portante di questa massa compatta, compresi e anzi in primo luogo gli elettori, è totalmente, categoricamente, assolutamente e, ahimè, irrimediabilmente ostile a qualunque tipo di critica. Non che altri in passato siano stati diversi, ma anzitutto io detesto i “ma lo fanno tutti”, in quanto assolutamente diseducativi (la prima cosa che diciamo ai bambini, quando si giustificano per una sgridata dicendo “ma lo fanno anche gli altri” è “e allora se gli altri si buttano da un ponte?”), e comunque i moti a così abbondante partecipazione popolare del passato – partecipazione acritica e dettata dallo scontento - non hanno mai portato a una gran bella conclusione.
Il punto è questo: un gruppo che nasce per contrasto, che si dichiara differente e che di questa differenza ne fa il cavallo di battaglia, ma che una volta messo davanti alle solite provocazione reagisce nel solito modo, in cosa differisce davvero? Gran parte degli elettori non ha neppure letto il programma, mentre chi l’ha letto si fermato a “tagli dei costi della politica” e “Referendum-euro”, e tutti si buttano comunque in discussioni infinite, replicando punto per punto nei dibattiti sulle piattaforme multimediali, ma senza sapere nulla di nulla, così solo perché si sentono investiti cavalieri di chi, di cosa? Gente che non vuole sentire, non vuole vedere: tu scovi una possibile magagna, gliela mostri, ti poni due domande, chiedi spiegazioni e questi cosa fanno? Anziché correre a verificare che la magagna sia solo un disguido o piuttosto una montatura, “un gomblotto”, ti dicono “Vaffanculo”. Come se vai dal medico e quello ti dice “Senti, io qua vedo un’ombra: a me sembra tanto un tumore in metastasi e che ti restino due mesi di vita” e tu, al posto di fare altri esami e correre a cercare un secondo parere, gli vai a muso duro sulla faccia e lo mandi a cagare. “Oh, sai che c’è un banner sul blog, dove fai le donazioni, che ogni volta che ci clicchisopra dai anche dei soldi che, da contratto, vengono presi dalle tue tasche di donatore cinque stellino e finiscono in quelle del buon Beppe? Guarda, puoi verificarlo facilmente così: (spiegazione)”. “Vaffanculo, stronzo pezzo di merda, servo della gleba, schiavo della kasta!”. Ma parliamone: io per prima cosa andrei a vedere di persona, visto che l’anima del Movimento ti dice che devi essere tu a prendere in mano le situazioni e non rivolgerti ai “professionisti”, e poi pretenderei che Grillo, con la sua proverbiale trasparenza e onestà – che sono altri due punti fondamentali -, mi spiegasse un po’ bene la questione. E invece no: difesa a oltranza e insulto libero. Certo, i giornalisti vanno a sfidare, spulciare, tagliare, imbastire, ma non è che proprio partano dal nulla, un po’ di buon materiale ce l’hanno: e uno che paragona le unioni gay a quelle con gli animali, e quello non capisce la domanda “Come si vota il Presidente della Reppublica?”, l’altra che ha i vasi di rosmarino sul balcone e allora vuole fare il Ministro all’Ambiente. Quello che può coinvolgere altri cittadini nel Movimento non è dare della faccia di cazzo a Renzi o rifiutare il rimborso elettorale, perché l’insulto libero e il “dagli alla kasta” hanno già tirato su tutti quelli che così si potevano tirare su; quello che altre persone vogliono vedere dal “nuovo che avanza” un atteggiamento veramente nuovo: la stampa, gli schieramenti opposti, la base di altri partiti ti attaccano e ti fanno la radiografia e scovano il pelo nell’uovo? Bene, conferma e ammetti: c’ho il pelo nell’uovo. Ho lo scheletro nell’armadio. Sono pieno di difetti, perché sono umano, e ti chiedo – magari con gentilezza – di accettarmi per quello che sono, perché con tutte queste mancanze e questi nei, io ti prometto che mi impegnerò al massimo, che darò tutto me stesso perché in questa cosa ci credo e non ho bisogno di difenderla, perché anch’io lo so che non è perfetta, ma ho fatto, faccio e farò del mio meglio. E questo è il grande problema che sta alla base di tutti i rapporti umani: idealizziamo noi stessi, idealizziamo l’altro, perché non siamo in grado di accettare nessuno per quello che è e, quando capita che qualcuno attribuisca qualche mancanza a noi o a chi amiamo (o ammiriamo), noi siamo i primi che non la vogliamo vedere, perché incrinerebbe l’immagine che ci siamo costruiti nella testa e non saremmo in grado di continuare ad amare (o ammirare) allo stesso modo quella data persona. O noi stessi. Come gli alti prelati che, messi davanti al cannocchiale di Galilei, anziché buttarci un occhio e vedere ‘ste benedette macchie solari (o lune di Giove, non ricordo bene), ripetevano imperterriti “non può essere”.
E allora magari insegnatecela così questa rivoluzione: “è vero, siamo impreparati, abbiamo accettato di delegare le scelte importanti, in molti casi è meglio se non andiamo in televisione, ché ci massacrano, ma abbiamo intenzione di mettercela tutta. Adesso. Poi magari avremo cedimenti, cadremo, molleremo, ma per ora volete, per favore, darci un po’ di fiducia per ciò che siamo? Perché siamo come voi.
giovedì 21 febbraio 2013
Concorsone, bell'animalone
Allora, il concorsone: la prova scritta per gli insegnanti d'inglese.
Entro in questa scuola (un liceo artistico dalle titaniche dimensioni e che dei Titani ha fatto la medesima fine) e cerco l'aula che mi è stata assegnata. Una volta dentro mi scelgo un posto (in fretta, perché i nomi sulla porta sono 21 e i banchi 19): gli ultimi arrivati faranno il gioco delle sedie) e, ovviamente, mi becco quello col grosso buco al centro. Vabbè, sono in tempo per scivolare con estrema nonchalance verso quello accanto, un attimo prima che vi si segga un'altra concorrente. Sì, perché sulle direttive del ministero non siamo candidati, ma nel rigore etimologico più estremo siamo "concorrenti". E infatti sembra di sentire i discorsi del dietro-le-quinte di un quiz a premi, uscire dalle docenti bocche di precari quindecennali, che si lamentano di come sia "un'ingiustizia che noi dobbiamo sostenere tutto l'esame in inglese", perché "ma cosa credono che siamo?" e "cosa pretendono da noi?", fino alla perla di quella che "a noi dovevano darci più tempo che agli altri, almeno il doppio, perché noi prima pensiamo la risposta in italiano e poi dobbiamo tradurla"; per terminare con i commenti a caldo a test concluso, quando rimostranze corali si alzano, per protestare per il fatto che "ma dovevano dirlo prima, che queste domande servivano per verificare solo la conoscenza della lingua e non la capacità d'insegnarla: non è giusto!". Non è giusto...
Quindi ricapitoliamo: un intero istituto farcito d'insegnanti d'inglese, che hanno problemi a rispondere a quattro domande nella lingua che insegnano e che ancora fanno il passaggio mentale dall'italiano all'inglese, anziché pensare direttamente in inglese. Io ci sogno, in inglese! E non lo dico per darmi delle inutili arie, ma perché in tutta Europa, per legge per insegnare una lingua straniera, al docente è richiesta una padronanza della lingua tale per cui ALMENO si sia in grado di pensare in quella lingua. Che poi non è neppure un'abilità, ma un processo psico-linguistico automatico che scatta quando si raggiunge una determinata conoscenza.
E invece è questa, la gente deputata all'arduo compito di far imparare l'inglese ai vostri figli: gente che non ha capito che se ci sono una prova scritta da sostenere in lingua e poi una orale, che consiste nella simulazione di una lezione (sempre in lingua), non solo le capacità didattiche saranno valutate in quest'ultima, ma l'importanza attribuita alla padronanza della lingua è molto alta. Almeno in teoria. E se la commissione che valuterà i compiti sarà composta da colleghi di pari livello, questa gente continuerà ad istruire i nostri figli e i figli dei nostri figli a tempo indeterminato.
Sì, è un post autoreferenziale, questo, perché io sono invece maledettamente brava e altrettanto maledettamente disoccupata cronica, perché della mia bravura fottecazzi a chiunque. Perché se, come ho potuto constatare, è vero che "chi sa sa fa, chi non sa insegna", allora che qualcuno me la dia, la possibilità di fare!
martedì 12 febbraio 2013
Fumata Tutta
Ci vuole molta più forza ad ammettere con se stessi e di fronte agli altri di non essere in grado di svolgere il compito che ci siamo accollati, di quanta ce ne voglia per tentare di nascondere – a se stessi e agli altri – che siamo arrivati ad un momento della nostra vita in cui la bilancia su cui posano da un lato le energie che possiamo impiegare per fare ciò che ci si aspetta da noi e, dall’altro, il risultato che ci si aspetta da noi, pende più o meno decisamente a favore del secondo piatto.
Perché dobbiamo riuscire a tutti i costi? Perché fare un passo indietro, cambiare direzione o semplicemente stare fermi è considerata una bruciante sconfitta? Perché sconfitta? Qual era il premio, in caso di vittoria? Gloria, riconoscimento, denaro? Gloria agli occhi di quelli che sperano sempre e costantemente in un nostro fallimento, perché solo così riescono a non pensare al fatto che considerano la propria vita un fallimento? Riconoscimento di fronte a chi cerca sempre il confronto, per potersi illudere che aver fatto meglio di noi permetta loro di scampare, ancora una volta, a quella vocina dentro che dice che comunque anche quel “meglio” non è mai abbastanza? Denaro, per poter restare all’interno del cerchio di schiavitù all’inessenziale di cui esso stesso è causa ed effetto? Ah, no, è soddisfazione personale, giusto? Il senso di aver compiuto fino in fondo il nostro dovere, che forgia il carattere, e chi se ne fotte se stiamo male e soffriamo, se ci usiamo violenza, se andiamo contro a ciò che vogliamo fare, dire ed essere, e che altro non è, se non un debole tentativo di dimostrare al solito giudice interiore (le rielaborazioni delle voci di genitori, professori, bulletti di scuola) che valiamo di più quanto creda, molto di più di quel poco che invece sempre ci dice che valiamo.
Quanta debolezza, quanta tristezza, quanta inconsapevolezza, vedo in questi giorni: schernire un vecchio, che ha avuto il coraggio di dire “Non ce la faccio, cazzo, io non ce la faccio” davanti al mondo intero. Davanti al mondo intero. Infilare, girare, rigirare ancora e ancora miliardi di coltelli nella piaga di un uomo di ottant’anni che ha ammesso “Non ho sufficiente energia per rappresentare Dio in Terra”. Riuscite per una frazione di secondo ad essere consapevoli delle vostre azioni, spettatori attenti dei vostri pensieri, sinceri con voi stessi quel tanto da permettervi di riconoscere che dietro a questo vostro farvi beffe di una tale grandezza di spirito non c’è altro che la vostra invidia? Invidia nei confronti di un uomo che ha avuto il coraggio di scrollarsi di dosso il peso di una vita che non riusciva più a sostenere. Avete presente quando siete presi dalle vostre preoccupazioni di lavoro, soldi, figli, compagni e arriva puntuale quello che vi dice che comunque il suo lavoro è più difficile, i suoi problemi economici più gravi, i suoi figli più problematici, il suo compagno più rompicoglioni? Ecco, certe volte “quello” siete proprio voi. Oh, sì, Ratzinger aveva vestiti d’oro, gioielli, servitori, ammiratori, non doveva pensare a far la spesa, rifarsi il letto, pulire casa, ma questi sono i vostri riferimenti, la vostra vita, i vostri fardelli e il loro fastidio lo conoscete solo voi: il suo fardello lo portava lui e solo lui ne conosceva il peso, e quanto questo peso gli gravasse sulle spalle. E sì, certo, non è finito in mezzo a una strada, non ha l’Imu da pagare, una famiglia da mantenere, ma questi sono i vostri vincoli, le vostre schiavitù: solo lui potrà sapere quali conseguenze dovrà affrontare, quali scotti pagherà per questo gesto e quanto tutto gli sarà greve.
Io non sono Cattolica, né religiosa in generale: non sono neppure battezzata, quindi se volete catalogarmi come la classica fedele che difende i suoi pastori a spada tratta fatelo pure, ma niente sarebbe più lontano dl vero. Io credo in una forza creatrice che non possiamo concepire, cui tantomeno possiamo dare un nome; e credo che quella forza creatrice sia presente in ogni forma di energia, dal minerale alla pulsar, passando per la balena e l’uomo; credo che la forza traboccante da cui proveniamo, di cui siamo fatti, e a cui – un giorno – torneremo, non ci origini per farci scontare chissà quali colpe, farci superare chissà quali prove, farci comprendere chissà quali inarrivabili verità, ma solo perché non può farne a meno. Insomma, che siamo come macchie di sugo su una camicia, schizzate via perché gli spaghetti ne erano carichi: abbiamo forme diverse, diverse dimensioni, ma fatte dello stesso pomodoro. Io credo che l’unica verità siamo noi - ognuno per sé e poi altro da sé e, infine, oltre a sé - e che l’unico modo per scorgere tutto, sia per prima cosa scorgere noi stessi (forma, dimensione, pomodoro) e non possiamo farlo, se non ci permettiamo di ammettere cosa fa per noi e cosa semplicemente no.
Siamo infelici quando non stiamo facendo ciò che vogliamo fare; abbiamo tanti desideri quando non sappiamo cos’è che davvero desideriamo; non abbiamo scelta quando abbiamo paura di agire; vediamo troppe strade aperte davanti a noi quando non sappiamo dove vogliamo andare.
giovedì 22 novembre 2012
Hic @ nunc
Oggi inizio la mia attività di volontariato per sostenere alcune famiglie che mi erano state presentate - da chi ha domandato il mio aiuto in un settore molto specifico - come economicamente "disastrate".
Poi qualche settimana fa, nel corso della riunione dell'organizzazione che illustrava le necessità particolari famiglia per famiglia, mi sono resa conto che quelle persone definite disastrate si trovano in una situazione economica - almeno per quanto riguarda le entrate - di gran, gran, gran lunga superiore alla mia. Che non è che ci voglia poi tanto. E anche per quanto riguarda le uscite, tenuto conto che godono non solo di agevolazioni comunali (che alla fine spetterebbero anche a me, se solo le richiedessi), ma anche della pietà benpensante del paese, che per sentirsi tutti un po' meno in colpa per le enne proprietà che possiedono - ma lasciano sfitte e fredde fino a portarsele nella tomba - regalano vestiti e scarpe mai indossati ("sai quando ti prende così la voglia di comprare qualcosa e non sai cosa e ti ritrovi con roba che non metteresti mai?", "Veramente no", "Ah, be', vabbè..."), donano cancelleria e giocattoli e raccolgono la colletta alimentare. Insomma, tutto il possibile per permettere loro di mettere qualcosa da parte per il futuro.
Ora, a parte l'invidia - di cui mi vergogno, ma che onestamente provo - nei confronti di questi disastrati "noti", che vengono sostenuti in tutto e per tutto, perché vanno sbandierando i loro problemi, mentre io per "dignità" e vergogna li tengo per me, un altro pensiero viene lentamente a galla e si fa sempre più nitido:
ma se l'essere o meno in una situazione economica disastrata non fosse un dato oggettivo, ma qualcosa di relativo, relativo a come ci si sente dentro?
Perché chiunque, chiunque anche tu che stai leggendo adesso, chiunque a domanda "Ma tu a soldi come stai messo?" risponderebbe "Uh, non me ne parlare. Come sto messo? Tiro a campare!".
Da un anno a questa parte, e cioè da quando tutti, ma veramente tutti, hanno iniziato a confessare apertamente di sentire "la crisi" e a far girare più alta la voce delle difficoltà, dei "sacrifici", dell'impossibilità generale di "arrivare a fine mese", io ho ascoltato - ascoltatrice occasionale di parole al bar, in fila alla coop tra le comari di un paesino, che "non brillano certo in iniziativa" -, e ho raccolto questi commenti; li ho raccolti nella testa e inconsapevolmente elaborati, per poi ritrovarmi a usarli come filtro nell'osservazione dei comportamenti effettivi e delle marchiane discrepanze tra quanto sostenuto a parole e quanto affermato coi fatti.
E la conclusione, gente - anzi, GGGENTE - è che vivete tutti al di sopra delle vostre possibilità. Tutti! Anch'io, che prendo due caffè al bar ogni giorno e non me lo posso permettere, ché in un mese fanno 60 euro e io non ho telefono, adsl, sky, perché non posso spendere quel fisso mensile; e non vado dall'estetista per la ceretta, non mi faccio le unghie, non compro creme, non faccio iniezioni anticellulite, non vado in palestra né dal parrucchiere né in vacanza; ho gli stessi vestiti da dieci anni - alcuni dal liceo: fanno quasi venti anni! -, non compro abiti o scarpe a mio figlio, che veste quelli smessi dal suo amico che, per fortuna, cresce con la velocità della pianta di fagioli, o quelli che gli confeziona mia madre a mano. Eppure spendo 60 euro al mese di caffè del bar.
Allora adesso vi chiedo:
siete davvero così sicuri di stare facendo sacrifici pesantissimi, di essere ridotti all'osso eccetera?
Qualcuno mi starà mandando a cagare, altri proveranno pena, altri ancora penseranno ch'io stia mentendo o, comunque, esagerando. I più coglioni diranno che se tutti facessero come me, l'economia sarebbe già morta, ma io scommetto che la maggior parte sta saltando sulla sedia, in preda a un malessere indefinito, con il pensiero fisso che "io sto facendo del mio meglio, è vero che potrei ancora tagliare, ma non ci si può privare di tutto, sennò che cazzo di vita è?".
E allora è esattamente a voi che mi rivolgo: se le cose che non avete tagliato sono davvero le cose a cui voi più tenete, e vi siete accorti che ancora avete - e fate - le cose a cui più tenete, ma si può sapere perché continuate a lamentarvi e non riuscite a essere felici? Essere felici per ciò che avete ADESSO, e non infelici per quello che temete che forse chissà se andiamo avanti così non avrete tra un mese? Tanto tra un mese finisce il mondo!
Comunque io adesso esco: vado a prendermi un caffè.
lunedì 12 novembre 2012
La Vita è un Viaggio
La vita è un viaggio: dimmi con che mezzo viaggi e ti dirò chi sei.
Tipo piedi: il tipo
leggenda. Sono due le correnti di pensiero sul tipo piedi: una sostiene che
si sia estinto, l’altra che non sia mai esistito. Chissà i futuri passi della
scienza non permetteranno un giorno di far luce su questo mistero.
Tipo auto: il tipo
assertivo. Il tipo auto vive nell’illusione del controllo (“Il passato è
storia, il futuro è mistero ma oggi è un dono e per questo si chiama presente”,
gli ricorderebbe amorevolmente il Maestro Oogway). Crede di avere il potere di
decidere della sua vita, del suo tempo e del suo spazio: pensa di potersi
fermare quando vuole e poi non si ferma finché non è arrivato, vuole godere
della solitudine dell’abitacolo e poi parla – e urla – tra sé e sé, rivolgendo
parole inascoltate allo speaker radiofonico e agli altri automobilisti; dice
“scelgo di spendere un po’ di più, ma ne vale la pena” e poi maledice l’aumento
del pedaggio, le accise, le pompe. Si consola “se devo andarmi a schiantare,
almeno sarà stato solo per colpa mia”, e si ritrova attaccato al guard-rail in
seguito ad un attacco di dissenteria improvvisa dei corvi delle risaie, che
hanno fatto andare uscire di strada un tir, che ha perso il rimorchio carico di
olio extravergine di oliva, che si è rovesciato sulla carreggiata esattamente
davanti alle sue gomme.
Tipo
pullman: è il tipo Gruppo-Vacanze-Piemonte, alias Fantocci, vadi. Non vuole prendersi la responsabilità di condursi
attivamente alla meta e non sopporta la solitudine. Decide dunque di partire
con un gruppo di conoscenti superficiali - e conoscenti superficiali dei
conoscenti superficiali – affrontando coraggiosamente il rischio di tornare a
casa con un set di pentole in terracotta del Mar Morto, pensate appositamente
per la fonduta di ibis azzurro del Titicaca, cacciato con la frombola da un ex
assicuratore inglese, che ha scelto di girare il mondo a piedi scalzi, vivendo
solo del ricavato della vendita delle sue ceramiche tecniche. La frombola
ovviamente è in omaggio. Ritrovo alle 4:00 di un piovoso mattino di novembre,
ritorno a mezzanotte, pranzo a sacco, cena a base di fonduta di ibis azzurro
del lago Titicaca, cucinata a fuoco lento dal rappresentante di pentole/
cacciatore di ibis nelle pentole di terracotta del Mar Morto. E posate di
plastica, quelle nel sacchettino trasparente, col tovagliolo che si straccia
solo con lo sguardo (lo sguardo dell’ibis morente) . Tempo medio per visitare
ciascuno dei quattrocentosettantadue luoghi d’interesse previsti dal volantino:
settantatré secondi ad attrazione.
Tipo
autostop: tipo non pervenuto. Pare
non arrivino mai alla meta, pare non ritornino mai a casa. E comunque sarebbe
il tipo nostalgico.
Tipo
motocicletta A: il sognatore part-time, finto alternativo, sempre alla moda. Vede
la motocicletta come una fuga,
prova un profondo desiderio di libertà, la voglia di uscire dagli schemi, il
contatto con la strada, ma solo se il cima è secco-ma-non-troppo, se il sole è
caldo-ma-non-di-taglio, se l'aria è fresca-ma-non-tesa, se è un mese-senza-la-erre
e possibilmente pari, se si può mettere tutta la tuta di pelle completa con gli
stivali rigorosamente abbinati, se ha pianificato il passo da svalicare da
almeno tre settimane e quattro giorni, verificando che il maggior numero di
altri tipi moto A abbia preso la sua medesima decisione, per organizzare una
sosta finto casuale tutti insieme nei pressi del medesimo punto (possibilmente
l’unico per nulla panoramico, ma da dove chiunque passi possa ammirare la
motocicletta pulitissima, lucida e luccicante, dello stesso colore dalla tuta,
del casco e dello zainetto).
Tipo moto B: l’alternativo
finto-vero, l’orso delle caverne, l’asociale per antonomasia. Odia tutti
gli altri tipi, in particolar modo i tipi moto A. Si sposta sulle due ruote anche per andare dalla mamma
a farsi fare il bucato, ma sempre con l’espressione truce, ché nessuno deve
sapere che va a trovare la mamma. Nessuno deve sapere che ha una mamma. Nessuno
deve sapere che si lava. La moto è sempre visibilmente zozza – passa i pomeriggi
in box a spalmarla di grasso, affinché le polveri sottili vi si appiccichino
meglio – e indossa capi tecnici anche quando va dormire, ma solo spaiati e
dagli abbinamenti di colore assolutamente inguardabili. Grugnisce da sotto il
casco il suo astio per l’umanità, ostenta come una bandiera la sua misantropia
e si accerta costantemente che tutti – ma proprio tutti – si accorgano che lui
si isola, si allontana, sta in disparte, li schifa: “Io sono diverso da te:
guardami!” dice la sua arcata sopraccigliare, mentre con un cenno del capo fa
“Cazzo hai da guardare?”.
Tipo Treno: il tipo treno è
lo sfigato per eccellenza. Soggetto ai tagli dell’economia (in inverno il
riscaldamento non funziona e i finestrini non si chiudono, in estate l’aria
condizionata non va e i finestrini non si aprono); alla repulsione - che coinvolge financo i
corpi sottili - nei confronti del tessuto di rivestimento dei sedili, che è
“antibatterico” solo perché quelle non bene identificate macchie della
copertura “antimacchia” - che per
comodità esce già macchiata da impostazioni di fabbrica -, fa schifo a
qualunque forma di vita, anche le più semplici: monocellulari, parassite e
distruttive); ai malumori degli impiegati dell’intera rete ferroviaria (che
scioperano di regione in regione ogni fine settimana perché gli gira
dannatamente per essere stati messi di turno venerdì sera, sabato e domenica, e
poi scioperano quelli del lunedì, perché “quegli stronzi di ieri non hanno
fatto un cazzo, perché oggi io dovrei lavorare?”); al divieto di fare pipì
durante la sosta in stazione nonostante lo sappiano tutti, che la pipì scappa proprio durante la sosta
in stazione; all’alitosi del tizio strambo che gli si mette accanto,
all’abitudine di certi stranieri di levarsi le scarpe, a quelli che si portano
il chihuahua nella tasca dell’impermeabile (o sono solo felici di vederti).
- Va bene, ma il valium per il decollo lo voglio lo
stesso.
mercoledì 31 ottobre 2012
Hollow in.
Halloween può non essere la festa consumistica, che tanti per comodità hanno deciso debba essere.
Il fatto che molti adorino usarla come scusa per annichilire i chiassosi pargoli, inebetendoli con fiumi di zuccheri, o per fare scherzi telefonici ai vecchi bulli delle medie – e non solo -, camuffando la voce in un moto egocentrico, convinti di essere assolutamente riconoscibili nonostante siano trascorsi diciotto anni e una tempesta ormonale , o ancora per violentare prostitute celati dietro la maschera di Topolino – o di Berlusconi -, o solo per scagliarsi contro l’importazione di usi e costumi d’oltre oceano, ecco dicevo nonostante questa festa si presti - esattamente come tutti gli altri momenti della vita umana – ad essere frainteso e piegato ad un significato innaturale e improprio, la notte di Halloween ha un suo motivo d’essere ben più profondo e radicato nella consapevolezza umana. Perché la notte di Halloween è il momento dell’anno in cui le palpebre pesanti che separano il mondo dei vivi da quello dei morti si fanno più sottili e si schiudono appena, consentendo a chi vuole – a chi cerca, a chi rischia, a chi non ha paura – di intravedere chi sta di là.
E vice versa, eh. Non è che i defunti stiano tutto il tempo a farsi gli affari nostri, ben inteso, ché hanno il loro bel daffare, robe che quando erano di qua nemmeno si immaginavano: decisioni da prendere, strade da imboccare, situazioni da affrontare. Ma la notte di Halloween anche loro – quelli di loro che vogliono, che cercano, che rischiano, che non hanno paura -, possono tornare a vederci, da sotto a quelle palpebre appena socchiuse.
Così questa sera sarò fuori casa: andrò ad una celebrazione per Halloween, cenerò con chi in questo momento mi è più caro (tranne uno, in realtà), assieme ad un gruppo di amici, ognuno dei quali porterà la memoria di una persona cara che non c’è più; e ognuno ascolterà la memoria dell’altro e questa memoria verrà condivisa e troverà eco e si farà la sua strada per perdurare e chissà, magari da questa eco nascerà un riverbero, che la porterà al di là della grande palpebra, nel cuore da cui è nata.
Sì, questa sera sarò fuori casa: spero un passo oltre la palpebra un po’ sollevata. Questa sera sarò fuori casa e racconterò di te, nonna: del grande amore di una bambina, della sensazione dei tuoi abbracci, che cambiava col tempo a mano a mano che io crescevo e tu rimpicciolivi; della consapevolezza forte di essere il proseguimento della tua storia, di quelle cose che ci hanno sempre accomunato – il doppio mento, le spalle ampie, le gambe bellissime e una golosità irrefrenabile – e di quella lezione di vita che mi hai saputo dare inconsapevolmente, senza purtroppo essere mai riuscita a farla tua.
Ecco, questa sera sarò fuori casa: perciò non venite a scassare la minchia con le caramelle.
Ciao, nonna.
E vice versa, eh. Non è che i defunti stiano tutto il tempo a farsi gli affari nostri, ben inteso, ché hanno il loro bel daffare, robe che quando erano di qua nemmeno si immaginavano: decisioni da prendere, strade da imboccare, situazioni da affrontare. Ma la notte di Halloween anche loro – quelli di loro che vogliono, che cercano, che rischiano, che non hanno paura -, possono tornare a vederci, da sotto a quelle palpebre appena socchiuse.
Così questa sera sarò fuori casa: andrò ad una celebrazione per Halloween, cenerò con chi in questo momento mi è più caro (tranne uno, in realtà), assieme ad un gruppo di amici, ognuno dei quali porterà la memoria di una persona cara che non c’è più; e ognuno ascolterà la memoria dell’altro e questa memoria verrà condivisa e troverà eco e si farà la sua strada per perdurare e chissà, magari da questa eco nascerà un riverbero, che la porterà al di là della grande palpebra, nel cuore da cui è nata.
Sì, questa sera sarò fuori casa: spero un passo oltre la palpebra un po’ sollevata. Questa sera sarò fuori casa e racconterò di te, nonna: del grande amore di una bambina, della sensazione dei tuoi abbracci, che cambiava col tempo a mano a mano che io crescevo e tu rimpicciolivi; della consapevolezza forte di essere il proseguimento della tua storia, di quelle cose che ci hanno sempre accomunato – il doppio mento, le spalle ampie, le gambe bellissime e una golosità irrefrenabile – e di quella lezione di vita che mi hai saputo dare inconsapevolmente, senza purtroppo essere mai riuscita a farla tua.
Ecco, questa sera sarò fuori casa: perciò non venite a scassare la minchia con le caramelle.
Ciao, nonna.
martedì 16 ottobre 2012
Meglio Marilyn
Ieri sera ho visto lo spot di Brad Pitt per Chanel n°5: abito elegante, ma trasandato (una mise che ha l'unico scopo di trasmettere il concetto che "sono venuto a girare questa pubblicità appena in tempo, me n'ero proprio scordato, Angelina non ha nemmeno potuto stirare e comunque stavo chiavando"), chioma folta e lunga q.b. (atta a far sentire il quarantenne comune una merda lspelacchiata perché, si sa, il follicolo maschile nei più ad una certa età viene meno), uso sapiente del primo piano alternato al mezzo busto e alla figura intera (come a ripetere quel geniale "E io amo te, cittadino qualunque"), il tutto condito in un bianco e nero su sfondo grigio e completamente vuoto, che agevola non poco l'effetto "io esisto al di là del tempo e dello spazio".
Notevole. Davvero. Onestamente: avrebbe potuto essere roba da strizzare gli slip alla fine dei 30 secondi, se... Se non lo avessero fatto parlare, cristo!
Ma che cazzo dice? Ma cosa si è fumato? Ma che minchia va blaterando? E soprattutto, ma recita davvero una merda! Ma non si possono rovinare così i sogni erotici di migliaia di donne: è un crimine! E se non lo è, dovrebbe esserlo. Che fine ha fatto il doppiatore? Perché non l'avete doppiato? Non mi puoi sbattere così davanti al muso che la cosa più sensuale di Brad Pitt, alla fine, è il doppiatore.
È tutta una manovra maschile per farci vedere che l'uomo perfetto non esiste? Ma lo sappiamo già, che non esiste, che bisogno c'era di smontarceli così tutti, uno dopo l'altro? Prima George Clooney, che parla un italiano che farebbe smontare una ninfomane in astinenza; poi Antonio Banderas, che puccia di nascosto il cornetto nel cioccolato "tanto non mi vede nessuno", e la prima cosa che ti fa venire in mente è Bart, che ficca le dita nella marmellata e poi dice "non sono stato io"; e ora pure Brad Pitt, che boffonchia parole senza senso!
Quando, dio, era così facile:
stai facendo Chanel n°5? E allora, cazzo, ti metti nudo su un letto, che guardi fisso in macchina e non ce lo devi neppure dire, perché tanto va da sé, che vuoi che te ne mettiamo due gocce addosso!
mercoledì 5 settembre 2012
Matrimoni gai.
A guardarla da un punto di vista più ampio e meno contingente, la lotta a favore delle nozze tra omosessuali mi ricorda troppo certo femminismo che, al fine di garantire pari diritti per uomini e donne, ambiva a trasformare le donne in uomini.
Il matrimonio, signori e signore, è solo ed esclusivamente un attestato di proprietà. E adesso non fate gli scandalizzati: rinfoderate il vostro romanticismo e le vostre cinquanta sfumature, ché nulla hanno a che vedere con il contratto matrimoniale. Sì, perché è esattamente così che sia chiama, "contratto", o anche e peggio ancora "istituzione": solida, marmorea, quadrata, ingombrante, anonima e brutta, come un edificio fascista, è l'istituzione del matrimonio. E se provate a leggerla con la voce narrante di Fantozzi quando dice "La corazzata Potemkin", rende ancora più l'idea. Nessuno si sposa per amore e chi sostiene di farlo mente - a sé stesso, prima di tutto-, perché per amore si sta con una persona punto, mentre organizzare una cerimonia pubblica, acquistare abiti, offrire portate succulenti, aspettarsi di ricevere doni in cambio, non è amore per nulla: è affermazione di dominio, una comunicazione chiara ed inequivocabile per cui "lei è mia" e "lui è mio" e se lo metto per iscritto, ci metto sopra un bel timbro e innaffio il tutto con Champagne e pubblicazioni in rete, mi sento sicuro di aver comunicato questo possesso a tutti, ma proprio a tutti. Anche a lui e a lei, così posso finalmente stare tranquillo per tutta la vita, perché se lui o lei osa rescindere questo contratto, io posso per legge fargli il culo.
Ed è proprio per questo che tanti matrimoni falliscono, perché sono innaturali: vincolano la libertà degli individui e gli individui bramano la libertà, che è anche solo libertà di scegliere "io scelgo di stare con te e vorrei che fosse per tutta la vita, ma lo scelgo io, lo scegli tu, lo scegliamo insieme e non ce lo impone nessuno, soprattutto non ce lo imponiamo noi stessi". Ed è per questo che alcuni matrimoni funzionano: perché ci sono persone che bramano essere possedute, perché hanno il terrore di essere liberi - e soli.
E allora io dico, carissimi amici omosessuali, perché sprecare tempo ed energie per conquistare un diritto che in realtà è solo l'ennesimo dovere? Perché buttare via le forze per assicurarsi un altro ceppo, anziché concentrarvi sul semplice riconoscimento ad esistere? Perché porca di una troia è questo che non vi viene riconosciuto: non avete diritto ad esistere! Il matrimonio non è che una distrazione messa lì apposta sul vostro cammino per farvi smarrire la strada principale, e se ve lo dovessero concedere, oltre ad un modo per tenervi sotto controllo burocratico - schedati, marchiati, numerati -, sarebbe solo una caramella all'aceto.
Secondo me meritate di più. Come lo meritiamo tutti.
Il matrimonio, signori e signore, è solo ed esclusivamente un attestato di proprietà. E adesso non fate gli scandalizzati: rinfoderate il vostro romanticismo e le vostre cinquanta sfumature, ché nulla hanno a che vedere con il contratto matrimoniale. Sì, perché è esattamente così che sia chiama, "contratto", o anche e peggio ancora "istituzione": solida, marmorea, quadrata, ingombrante, anonima e brutta, come un edificio fascista, è l'istituzione del matrimonio. E se provate a leggerla con la voce narrante di Fantozzi quando dice "La corazzata Potemkin", rende ancora più l'idea. Nessuno si sposa per amore e chi sostiene di farlo mente - a sé stesso, prima di tutto-, perché per amore si sta con una persona punto, mentre organizzare una cerimonia pubblica, acquistare abiti, offrire portate succulenti, aspettarsi di ricevere doni in cambio, non è amore per nulla: è affermazione di dominio, una comunicazione chiara ed inequivocabile per cui "lei è mia" e "lui è mio" e se lo metto per iscritto, ci metto sopra un bel timbro e innaffio il tutto con Champagne e pubblicazioni in rete, mi sento sicuro di aver comunicato questo possesso a tutti, ma proprio a tutti. Anche a lui e a lei, così posso finalmente stare tranquillo per tutta la vita, perché se lui o lei osa rescindere questo contratto, io posso per legge fargli il culo.
Ed è proprio per questo che tanti matrimoni falliscono, perché sono innaturali: vincolano la libertà degli individui e gli individui bramano la libertà, che è anche solo libertà di scegliere "io scelgo di stare con te e vorrei che fosse per tutta la vita, ma lo scelgo io, lo scegli tu, lo scegliamo insieme e non ce lo impone nessuno, soprattutto non ce lo imponiamo noi stessi". Ed è per questo che alcuni matrimoni funzionano: perché ci sono persone che bramano essere possedute, perché hanno il terrore di essere liberi - e soli.
E allora io dico, carissimi amici omosessuali, perché sprecare tempo ed energie per conquistare un diritto che in realtà è solo l'ennesimo dovere? Perché buttare via le forze per assicurarsi un altro ceppo, anziché concentrarvi sul semplice riconoscimento ad esistere? Perché porca di una troia è questo che non vi viene riconosciuto: non avete diritto ad esistere! Il matrimonio non è che una distrazione messa lì apposta sul vostro cammino per farvi smarrire la strada principale, e se ve lo dovessero concedere, oltre ad un modo per tenervi sotto controllo burocratico - schedati, marchiati, numerati -, sarebbe solo una caramella all'aceto.
Secondo me meritate di più. Come lo meritiamo tutti.
lunedì 3 settembre 2012
Amiciamici, amici un cazzo.
Trovo che le relazioni tra gli esseri umani siano sempre più sbilanciate: c'è un'eco via via più ampia del disagio interiore dell'individuo, che si riflette in un crescente disequilibrio tra le parti, e va amplificandosi per l'utilizzo di network quali twitter, google+, facebook eccetera, sia per la natura intrinseca degli stessi, che per il modo in cui ad esse ci accostiamo (d'altronde gli ideatori di questi mezzi di comunicazione sono forse tra i primi ad accusare un forte disagio e le loro creature telematiche non sono che un tentativo di cura, partorito da un malato anziché da un medico). Spiego.
Per la maggior parte delle persone i rapporti umani soddisfano un bisogno di riconoscimento (sentirsi parte di un gruppo, essere apprezzati, ammirati, invidiati, compresi, appoggiati, desiderati, indispensabili, unici...) che è impossibile da soddisfare, ma non intrinsecamente, bensì perché se ne cerca soddisfazione negli altri: io mi sento vuota, incompleta, zoppa e cerco un appoggio all'esterno, nella persona che scelgo di aver accanto perché mi sembra che sia più stabile di me o che abbia le parti che a me mancano; ma a sua volta anche quella persona sta cercando un sostegno, anche solo uno specchio che gli rimandi un'immagine di sé che lui vorrebbe, ma che da solo non riesce ad avere, e così si crea un sistema di puntelli che diventa una massa tremolante fatta tutta di cunei, in cui se solo uno si sposta, crolla tutto. Così non solo ci impediamo di cercare bene e accorgerci che tutto quello che cerchiamo ce l'abbiamo già dentro, ma ci inventiamo le convenzioni sociali che ci proiettano irrimediabilmente verso l'esterno, e la morale comune per cui questo non si fa e quello non si dice, onde evitare che qualche cuneo si allontani e tutta l'impalcatura crolli, lasciandoci con le chiappe grattugiate sull'asfalto. Ed è anche il motivo per cui facciamo di tutto per buttare a terra quei pochi che stanno su da soli e ci osservano senza fare niente, perché ci sembra che non siano d'aiuto alla nostra struttura osteoporosica (mi sovviene una bella frase: "il chiodo che sporge viene preso a martellate", non ricordo dove l'ho letta). Da questo nascono quelle cose assurde e dannose per ognuno, quali "mi hai fatto esplodere il cuore in otto milioni di parti, ma se mi chiedi cosa c'è? ti rispondo niente, sennò corro il rischio che tu te ne vada e preferisco averti qui che mi massacri, piuttosto che lontano", "hai la faccia sporca di caccole verdognole, fai schifo che non riesco a guardarti, ma non te lo dico perché non si fa", "mi stai tremendamente sui coglioni, se ti rovinasse addosso un toro da due tonnellate riderei per la comicità della scena e mi dimenticherei di chiamare un'ambulanza - comunque tanto saresti morto-, ma ti saluto lo stesso perché è buona educazione", e "al pranzo di nozze siamo 500, ne conosco solo 20, ma non posso non invitare gli altri 480 sennò si offendono".
Più pericolosi dei rapporti di coppia, in questo senso, sono le amicizie. Sarà perché abbiamo inventato quel detto idiota che gli amori vanno e i veri amici restano, e così ci tocca ammanettare gli amici e chiuderli in cantina per evitare che scappino, e quando qualcuno riesce a liberarsi - ovviamente aiutato da un complice, perché non è concepibile l'idea che decida di allontanarsi tutto da solo, solo perché l'abbiamo rinchiuso nelle segrete a pane e acqua piovana - diventa una tragedia, un'onta indelebile, un rifiuto anzi, il rifiuto, e non ci diamo pace. Letteralmente non ci consentiamo di restare in pace con noi stessi, ci lasciamo possedere totalmente da emozioni potenti che si nutrono delle nostre energie, perché un nostro sostegno si è spostato e noi annaspiamo. L'esempio paradossale sono le amicizie di facebook: io annovero "solo" un centinaio di questi amici, perché ho deciso un metodo di selezione che poi null'altro è se non una protezione, eppure quando mi arriva una richiesta di amicizia da qualcuno che non rientra nei miei criteri e gli spiego "ciccio, ti ringrazio ma non accetto caramelle dagli sconosciuti", puntualmente quello si offende; oppure quelli che ti accorgi che davvero non hai nulla a che vedere e quindi li cancelli dalle amicizie, perché magari pubblicano foto di svastiche e carri armati o passano la vita ad occuparsi solo di cosa va di moda di quindici giorni in quindici giorni e tu vai in giro vestita di iuta. Niente, tutti prendiamo un rifiuto come il rifiuto, anche se viene da un emerito sconosciuto o da una persona con cui non abbiamo in comune neppure il verso in cui sistemiamo la carta igienica sul rotolo, senza riuscire a vedere che "tu non mi piaci" significa tu non piaci a me e non "tu sei una merdaccia".
Insomma, non riusciamo a capire che abbiamo diritto a cercare quello che ci permette di stare bene e ad allontanare ciò che ci ferisce, e così passiamo il nostro tempo a fare l'esatto contrario, a sacrificarci per, a sopportare, mandare giù veleno, elemosinare manifestazioni di affetto da persone che, non per causa loro, ci fanno del male: siamo noi che chiediamo agli altri qualcosa che ci può arrivare solo da noi stessi e perdiamo il nostro tempo ad accusarli di non darci ciò che ci serve, mentre restiamo lì nella vana speranza di ottenere prima o poi l'inottenibile. Quindi se io scelgo di non rivolgerti più la parola è perché ho scelto di svincolarmi da questo gorgo di infelicità per farmi del bene, perché ho capito che da te non mi arriva nulla di ciò che voglio ed è un'occasione anche per te, che adesso potresti avere una catena in meno, se sfili il tuo polso come io ho sfilato il mio.
Che poi tu sia anche un ottuso bastardo viziato e infantile stronzo ricattatore manipolatore è una questione che non mi riguarda.
E comunque, la cosa più importante è che quei pochi che stanno lì in piedi da soli e ci osservano senza fare niente sono gli unici che davvero ci stanno aiutando, perché ci mostrano che stare in piedi da soli è possibile.
Per la maggior parte delle persone i rapporti umani soddisfano un bisogno di riconoscimento (sentirsi parte di un gruppo, essere apprezzati, ammirati, invidiati, compresi, appoggiati, desiderati, indispensabili, unici...) che è impossibile da soddisfare, ma non intrinsecamente, bensì perché se ne cerca soddisfazione negli altri: io mi sento vuota, incompleta, zoppa e cerco un appoggio all'esterno, nella persona che scelgo di aver accanto perché mi sembra che sia più stabile di me o che abbia le parti che a me mancano; ma a sua volta anche quella persona sta cercando un sostegno, anche solo uno specchio che gli rimandi un'immagine di sé che lui vorrebbe, ma che da solo non riesce ad avere, e così si crea un sistema di puntelli che diventa una massa tremolante fatta tutta di cunei, in cui se solo uno si sposta, crolla tutto. Così non solo ci impediamo di cercare bene e accorgerci che tutto quello che cerchiamo ce l'abbiamo già dentro, ma ci inventiamo le convenzioni sociali che ci proiettano irrimediabilmente verso l'esterno, e la morale comune per cui questo non si fa e quello non si dice, onde evitare che qualche cuneo si allontani e tutta l'impalcatura crolli, lasciandoci con le chiappe grattugiate sull'asfalto. Ed è anche il motivo per cui facciamo di tutto per buttare a terra quei pochi che stanno su da soli e ci osservano senza fare niente, perché ci sembra che non siano d'aiuto alla nostra struttura osteoporosica (mi sovviene una bella frase: "il chiodo che sporge viene preso a martellate", non ricordo dove l'ho letta). Da questo nascono quelle cose assurde e dannose per ognuno, quali "mi hai fatto esplodere il cuore in otto milioni di parti, ma se mi chiedi cosa c'è? ti rispondo niente, sennò corro il rischio che tu te ne vada e preferisco averti qui che mi massacri, piuttosto che lontano", "hai la faccia sporca di caccole verdognole, fai schifo che non riesco a guardarti, ma non te lo dico perché non si fa", "mi stai tremendamente sui coglioni, se ti rovinasse addosso un toro da due tonnellate riderei per la comicità della scena e mi dimenticherei di chiamare un'ambulanza - comunque tanto saresti morto-, ma ti saluto lo stesso perché è buona educazione", e "al pranzo di nozze siamo 500, ne conosco solo 20, ma non posso non invitare gli altri 480 sennò si offendono".
Più pericolosi dei rapporti di coppia, in questo senso, sono le amicizie. Sarà perché abbiamo inventato quel detto idiota che gli amori vanno e i veri amici restano, e così ci tocca ammanettare gli amici e chiuderli in cantina per evitare che scappino, e quando qualcuno riesce a liberarsi - ovviamente aiutato da un complice, perché non è concepibile l'idea che decida di allontanarsi tutto da solo, solo perché l'abbiamo rinchiuso nelle segrete a pane e acqua piovana - diventa una tragedia, un'onta indelebile, un rifiuto anzi, il rifiuto, e non ci diamo pace. Letteralmente non ci consentiamo di restare in pace con noi stessi, ci lasciamo possedere totalmente da emozioni potenti che si nutrono delle nostre energie, perché un nostro sostegno si è spostato e noi annaspiamo. L'esempio paradossale sono le amicizie di facebook: io annovero "solo" un centinaio di questi amici, perché ho deciso un metodo di selezione che poi null'altro è se non una protezione, eppure quando mi arriva una richiesta di amicizia da qualcuno che non rientra nei miei criteri e gli spiego "ciccio, ti ringrazio ma non accetto caramelle dagli sconosciuti", puntualmente quello si offende; oppure quelli che ti accorgi che davvero non hai nulla a che vedere e quindi li cancelli dalle amicizie, perché magari pubblicano foto di svastiche e carri armati o passano la vita ad occuparsi solo di cosa va di moda di quindici giorni in quindici giorni e tu vai in giro vestita di iuta. Niente, tutti prendiamo un rifiuto come il rifiuto, anche se viene da un emerito sconosciuto o da una persona con cui non abbiamo in comune neppure il verso in cui sistemiamo la carta igienica sul rotolo, senza riuscire a vedere che "tu non mi piaci" significa tu non piaci a me e non "tu sei una merdaccia".
Insomma, non riusciamo a capire che abbiamo diritto a cercare quello che ci permette di stare bene e ad allontanare ciò che ci ferisce, e così passiamo il nostro tempo a fare l'esatto contrario, a sacrificarci per, a sopportare, mandare giù veleno, elemosinare manifestazioni di affetto da persone che, non per causa loro, ci fanno del male: siamo noi che chiediamo agli altri qualcosa che ci può arrivare solo da noi stessi e perdiamo il nostro tempo ad accusarli di non darci ciò che ci serve, mentre restiamo lì nella vana speranza di ottenere prima o poi l'inottenibile. Quindi se io scelgo di non rivolgerti più la parola è perché ho scelto di svincolarmi da questo gorgo di infelicità per farmi del bene, perché ho capito che da te non mi arriva nulla di ciò che voglio ed è un'occasione anche per te, che adesso potresti avere una catena in meno, se sfili il tuo polso come io ho sfilato il mio.
Che poi tu sia anche un ottuso bastardo viziato e infantile stronzo ricattatore manipolatore è una questione che non mi riguarda.
E comunque, la cosa più importante è che quei pochi che stanno lì in piedi da soli e ci osservano senza fare niente sono gli unici che davvero ci stanno aiutando, perché ci mostrano che stare in piedi da soli è possibile.
lunedì 6 agosto 2012
Ex
Allora parliamoci chiaro: volenti o nolenti, che tentiamo il tutto per tutto al fine di sfuggirgli, che gli andiamo incontro col mento alzato a mo’ di sfida, o che semplicemente ci muoviamo elegantemente per ignorarlo, il confronto con gli ex è inevitabile. Anzitutto un ex ci sarà sempre: è l’attore del telefilm della prima adolescenza, la bimba con le trecce che passava i compiti alle elementari, il bambino con gli occhi celesti che ha dato uno spintone per difenderci dal prepotente all’asilo, la prima tata, la mamma, il papà, lo spermatozoo, nessuno può dirsi mai il primo o la prima, ché per ciascuno c’è sempre un’entità reale o virtuale che è arrivata nei nostri cuori in precedenza e di cui serbiamo un ricordo di zucchero filato rosa. O un prepotente desiderio di rivalsa. Certo, poi la competizione maschile di norma si esaurisce a chi dura di più e chi ce l’ha più grande, anche se in verità pure gli uomini riescono a sfoderare una serie di variazioni sul tema non da poco: ce l’aveva più lungo? Più largo? Più dritto? Piegato in avanti? Più duro? Impiegava meno tempo per avere un’erezione? Lo teneva su di più? Lo muoveva meglio? E la lingua? Quante volte ti faceva venire con la lingua? E quanti orgasmi avevi? Ma clitoridei, vaginali o uterini? (Ah, voi lo sapete che se arrivate a poter porre tutte queste domande senza essere mollati in autostrada è vero amore, sì?). Ma le donne restano comunque le peggiori, in quanto ad ansia da confronto: io per esempio ho un’insicurezza di fondo, per cui apparterrei al primo tipo in elenco (quella che scappa), ma ho anche una vocina dentro che mi dice che sono una cogliona a provare queste debolezze e quindi mi comporto come al punto tre: con elegante noncuranza. Che vi assicuro è la peggiore, perché l’uomo tende a pensare “be’, non gliene frega niente, meno male, si vede che lei è superiore a queste cose” e finisce per raccontare particolari delle sue “vite precedenti” di cui, onestamente, faremmo volentieri a meno. Ad ogni modo addentrarmi nei campi che noi donne sentiamo come terreno di confronto è una pazzia: le lettrici, se azzardano un minimo di auto-analisi, possono intuirlo, ma temo che non sarebbe lo stesso per i lettori, che rischiano di limitare notevolmente la questione a cose scontate – e consentitemi di dirlo, anche un po’ noiose – come “aveva il culo più sodo? Le tette più grandi? Le labbra più carnose? Ci sapeva fare di più?”. Quindi vi dò giusto un assaggio della follia femminile, accennandovi che una donna si può trovare a fare pensieri come “era più sensuale di me, quando veniva? Sarebbe stata più fotogenica in un video hard? Aveva la clitoride più aderente alle grandi labbra? Stava più simpatica ai tuoi amici? Piaceva di più ai tuoi genitori? Rifaceva meglio il letto? Preparava meglio da mangiare? Rammendava meglio i calzini? Aveva le ginocchia più lisce? Era meno pelosa? I suoi gomiti erano più morbidi? Scorreggiava o implodeva?”. E via, e via in un crescendo di delirio senza fine, tipico del marchio XX.
Io la prima ex con cui ho avuto a che fare era la mia migliore amica, ma devo dire che la storia è durata qualcosa come una settimana e l’unica cosa per cui avrei potuto temere un confronto, vale a dire il primo – e unico- bacio, a me aveva fatto così schifo che l’idea che quel tipo potesse anche solo pensare di fare paragoni tra noi due, quando lui per primo era un disastro totale, non mi ha proprio sfiorata. Col secondo non ho avuto grandi problemi: insomma, la sua ex avrebbe potuto essere anche Angelina Jolie, ma non gliel’aveva data, quindi è stata una mia vittoria a mani basse. Ero talmente gasata da questa cosa, che ho perso totalmente la testa e me lo sono sposato. Càpita. Non a tanti, per fortuna. Il terzo mi ha creato qualche problema: intanto le ex erano tante e di una varietà notevole, dalla tardona che se lo è preso da adolescente e se l’è tirato su a colpi di ventre, alla ragazzina di dieci anni più giovane che si è lasciata introdurre alle gioie dell’età adulta come una Eliza dal suo Pigmalione. Tutte lo avevano lasciato, tracciando ciascuna in lui un solco indelebile di dolore e sofferenza, che io onestamente, nonostante le sue rassicurazioni “tu sei completamente diversa”, continuavo a vedere come tacche di conquista marchiate a fuoco delle altre. Capirete che l’unico modo per non essere da meno e mantenere lo stesso standard cui era abituato, era lavorare di cesello un altro solco, profondo tanto quanto gli altri (ognuno ha il terreno di confronto che si merita: se un numero non ben definito di donne aveva deciso di troncare, un motivo ci sarà stato. Sarebbero cose da sapere per tempo, comunque diffidate dei multi-lasciati). Il quarto (già quattro: che troia) era amico di tutte le sue ex. Ecco anche qui per le lettrici potrei fermarmi, ché già ho comunicato quanto basta, ma per rispetto nei confronti di voi maschietti – e maschioni – proseguo un po’ oltre. Il quarto era amico di tutte le sue ex, le quali erano a loro volta tutte amiche della di lui madre su facebook, la quale non poteva vederle mentre stavano col figlio, salvo poi iniziare a venerarle, rimpiangerle e decantarne le qualità nel momento esatto in cui diventavano ex e venivano rimpiazzate. Devo aggiungere altro? Devo davvero esplicitare che l’invincibile ex qui in azione era la genitrice? Sonora sconfitta per inevitabile KO tecnico. Fuggite, donne, da un uomo che si sente al telefono con la mamma quattro volte al giorno, otto nel weekend: non si può competere contro la donna che per prima gli ha scappellato l’uccello e gli ha infilato una tetta in bocca.
Certo, con gli anni i confronti si sentono meno e anche la donna più insicura raggiunge una certa dose di confortevole consapevolezza, grazie alla quale è veramente ed intimamente conscia anzitutto del fatto che tutti abbiamo un passato, prima fondamentale nozione, e che ciò che davvero conta è solo il presente: se il tuo presente sono io, è grazie a tutto il tuo passato. E poi col tempo impariamo anche a conoscere noi stessi e i nostri punti di forza e riusciamo a contare più su quelli, che non a temere le nostre lacune: insomma, sappiamo quali sfide affrontare e quali eventualmente lasciar perdere, perché l’esperienza ci ha resi coscienti di noi stessi.
Quindi in conclusione no, Amore, non te lo faccio il tiramisù perché sarebbe una sfida persa in partenza. In compenso, però, ti farò un pompino.
Io la prima ex con cui ho avuto a che fare era la mia migliore amica, ma devo dire che la storia è durata qualcosa come una settimana e l’unica cosa per cui avrei potuto temere un confronto, vale a dire il primo – e unico- bacio, a me aveva fatto così schifo che l’idea che quel tipo potesse anche solo pensare di fare paragoni tra noi due, quando lui per primo era un disastro totale, non mi ha proprio sfiorata. Col secondo non ho avuto grandi problemi: insomma, la sua ex avrebbe potuto essere anche Angelina Jolie, ma non gliel’aveva data, quindi è stata una mia vittoria a mani basse. Ero talmente gasata da questa cosa, che ho perso totalmente la testa e me lo sono sposato. Càpita. Non a tanti, per fortuna. Il terzo mi ha creato qualche problema: intanto le ex erano tante e di una varietà notevole, dalla tardona che se lo è preso da adolescente e se l’è tirato su a colpi di ventre, alla ragazzina di dieci anni più giovane che si è lasciata introdurre alle gioie dell’età adulta come una Eliza dal suo Pigmalione. Tutte lo avevano lasciato, tracciando ciascuna in lui un solco indelebile di dolore e sofferenza, che io onestamente, nonostante le sue rassicurazioni “tu sei completamente diversa”, continuavo a vedere come tacche di conquista marchiate a fuoco delle altre. Capirete che l’unico modo per non essere da meno e mantenere lo stesso standard cui era abituato, era lavorare di cesello un altro solco, profondo tanto quanto gli altri (ognuno ha il terreno di confronto che si merita: se un numero non ben definito di donne aveva deciso di troncare, un motivo ci sarà stato. Sarebbero cose da sapere per tempo, comunque diffidate dei multi-lasciati). Il quarto (già quattro: che troia) era amico di tutte le sue ex. Ecco anche qui per le lettrici potrei fermarmi, ché già ho comunicato quanto basta, ma per rispetto nei confronti di voi maschietti – e maschioni – proseguo un po’ oltre. Il quarto era amico di tutte le sue ex, le quali erano a loro volta tutte amiche della di lui madre su facebook, la quale non poteva vederle mentre stavano col figlio, salvo poi iniziare a venerarle, rimpiangerle e decantarne le qualità nel momento esatto in cui diventavano ex e venivano rimpiazzate. Devo aggiungere altro? Devo davvero esplicitare che l’invincibile ex qui in azione era la genitrice? Sonora sconfitta per inevitabile KO tecnico. Fuggite, donne, da un uomo che si sente al telefono con la mamma quattro volte al giorno, otto nel weekend: non si può competere contro la donna che per prima gli ha scappellato l’uccello e gli ha infilato una tetta in bocca.
Certo, con gli anni i confronti si sentono meno e anche la donna più insicura raggiunge una certa dose di confortevole consapevolezza, grazie alla quale è veramente ed intimamente conscia anzitutto del fatto che tutti abbiamo un passato, prima fondamentale nozione, e che ciò che davvero conta è solo il presente: se il tuo presente sono io, è grazie a tutto il tuo passato. E poi col tempo impariamo anche a conoscere noi stessi e i nostri punti di forza e riusciamo a contare più su quelli, che non a temere le nostre lacune: insomma, sappiamo quali sfide affrontare e quali eventualmente lasciar perdere, perché l’esperienza ci ha resi coscienti di noi stessi.
Quindi in conclusione no, Amore, non te lo faccio il tiramisù perché sarebbe una sfida persa in partenza. In compenso, però, ti farò un pompino.
sabato 4 agosto 2012
Dieci cose che avreste voluto sapere sull’estate (e non avete mai avuto il coraggio di chiedere)
1. Perché l’estate si chiama “e-state”? Dove dobbiamo stare? Perché ci dobbiamo stare? Ma soprattutto, che fine ha fatto la frase che logicamente dovrebbe precedere la congiunzione? Siamo forse di fronte ad una traccia, per trovare risposta ad uno dei più grandi misteri dell’essere umano: il nome di Dio? E se è un nome, allora perché non si pronuncia Éstate? I nomi delle stagioni celano qualche sfuggente messaggio mistico, che nessuno mai ha osato cercare di svelare? Abbiamo forse sempre avuto davanti agli occhi il senso della vita, ma ci siamo sempre fatti fottere dagli accenti tonici? Prima Vera e State a Utunno in Verno?
2. Perché alla legittima domanda “perché in éstate fa caldo?”, continuiamo imperterriti a rispondere “perché è éstate”, pur sapendo che nell’altro emisfero (l’altro emisfero, quello che non si chiama come questo perché non è questo e quindi molto semplicemente lo si può chiamare solo “l’altro”) d’estate fa un cazzo di freddo? È l’ennesima domanda cui non avremo mai risposta perché la Chiesa, il Bilderberg e Sauron si adoperano da anni per insabbiare la verità, insediando i loro uomini di punta nelle previsioni meteorologiche?
3. Che fine ha fatto l’anticiclone delle Azzorre? È stato segato anche lui per la crisi ed ora il suo contratto a tempo indeterminato l’hanno dato via, spalmandolo su mezza dozzina di prestazioni occasionali?
4. Perché negli Stati Uniti danno sempre i nomi di battesimo agli uragani, mentre noi non diamo mai nessun nome agli eventi atmosferici? Ah, no, questa devo ricordarmi di toglierla.
5. Perché in éstate tutto puzza di piscio? I panni stesi puzzano di piscio, il pavimento puzza di piscio, l’ascensore puzza di piscio, le docce delle spiagge puzzano di piscio, le strade puzzano di piscio, le panchine puzzano di piscio, bambini puzzano di piscio, i vecchi puzzano di piscio, gli animali puzzano di piscio? Sarà il caso ch’io smetta di pisciare sui panni, sul pavimento, in ascensore, per strada, nelle docce, sulle panchine, sui bambini, sui vecchi e sugli animali?
6. Perché in éstate la tivvù trasmette sempre tutta la saga di Rosamunde Pilcher? Non è già abbastanza deprimente il fatto che tutto puzzi di piscio?
7. Perché ogni volta che mangio un ghiacciolo poi ho le dita appiccicose? Mica mangio il ghiacciolo come Mork!
8. Perché le cicale cantano tutto il giorno? Non si rendono conto che così facendo le formiche glielo mettono sempre nel culo? Non si sono accorti dei danni che fanno all’intero ecosistema, conducendo questa loro vita dissoluta e rumorosa, che ha permesso a Heather Parisi di metter su una canzone che propineranno ancora ai nipoti dei nostri nipoti cicale-cicale-cicale di merda?
9. Perché d’éstate la mia libido sale, mentre quella del mio fidanzato scende, salvo poi risalire in impennata con un ultimo guizzo da pesce moribondo al passaggio di ogni culo abbronzato in tanga? Sarà mica proprio per quello che scende, onde evitare che corra dietro a tutti i culi abbronzati in tanga in perenne erezione? E poi perché i culi abbronzati sono sempre quelli delle altre? Perché? Perché?
10. Perché in éstate il mio culo non si abbronza?
2. Perché alla legittima domanda “perché in éstate fa caldo?”, continuiamo imperterriti a rispondere “perché è éstate”, pur sapendo che nell’altro emisfero (l’altro emisfero, quello che non si chiama come questo perché non è questo e quindi molto semplicemente lo si può chiamare solo “l’altro”) d’estate fa un cazzo di freddo? È l’ennesima domanda cui non avremo mai risposta perché la Chiesa, il Bilderberg e Sauron si adoperano da anni per insabbiare la verità, insediando i loro uomini di punta nelle previsioni meteorologiche?
3. Che fine ha fatto l’anticiclone delle Azzorre? È stato segato anche lui per la crisi ed ora il suo contratto a tempo indeterminato l’hanno dato via, spalmandolo su mezza dozzina di prestazioni occasionali?
4. Perché negli Stati Uniti danno sempre i nomi di battesimo agli uragani, mentre noi non diamo mai nessun nome agli eventi atmosferici? Ah, no, questa devo ricordarmi di toglierla.
5. Perché in éstate tutto puzza di piscio? I panni stesi puzzano di piscio, il pavimento puzza di piscio, l’ascensore puzza di piscio, le docce delle spiagge puzzano di piscio, le strade puzzano di piscio, le panchine puzzano di piscio, bambini puzzano di piscio, i vecchi puzzano di piscio, gli animali puzzano di piscio? Sarà il caso ch’io smetta di pisciare sui panni, sul pavimento, in ascensore, per strada, nelle docce, sulle panchine, sui bambini, sui vecchi e sugli animali?
6. Perché in éstate la tivvù trasmette sempre tutta la saga di Rosamunde Pilcher? Non è già abbastanza deprimente il fatto che tutto puzzi di piscio?
7. Perché ogni volta che mangio un ghiacciolo poi ho le dita appiccicose? Mica mangio il ghiacciolo come Mork!
8. Perché le cicale cantano tutto il giorno? Non si rendono conto che così facendo le formiche glielo mettono sempre nel culo? Non si sono accorti dei danni che fanno all’intero ecosistema, conducendo questa loro vita dissoluta e rumorosa, che ha permesso a Heather Parisi di metter su una canzone che propineranno ancora ai nipoti dei nostri nipoti cicale-cicale-cicale di merda?
9. Perché d’éstate la mia libido sale, mentre quella del mio fidanzato scende, salvo poi risalire in impennata con un ultimo guizzo da pesce moribondo al passaggio di ogni culo abbronzato in tanga? Sarà mica proprio per quello che scende, onde evitare che corra dietro a tutti i culi abbronzati in tanga in perenne erezione? E poi perché i culi abbronzati sono sempre quelli delle altre? Perché? Perché?
10. Perché in éstate il mio culo non si abbronza?
giovedì 5 luglio 2012
A Tribute to.
Una mia insegnante una volta mi disse: “La più grande menzogna dell’umanità è che gli uomini sono tutti uguali, perché è in questo modo che si nega a chi è diverso di aver gli stessi diritti degli altri”.
Pregiudizi razziali.
Che differenza c’è tra dire “I Rumeni sono stupratori” e “I veneti sono gran lavoratori”? Nessuna. Ogni forma di tabù è solo un pregiudizio che sottende all’intolleranza.
Umore Maligno ha letto un intero post col quale portava l'attenzione sul razzismo, impersonando in ogni battuta il razzista Doc di fronte ad una platea di Nigeriani e Senegalesi alti come sequoie e spessi come baobab (o è il contrario? Boh, ‘sti alberi son tutti uguali) e non solo nessun satiro è stato maltrattato durante le riprese, ma al termine dello spettacolo una fan fedelissima è addirittura stata avvicinata da uno di questi oscuri spettatori – “avvicinata” di quel tot di decimetri che l’evidente eccitazione dello spettatore permetteva – per una fusion intercultuale.
E in tutto questo la cosa più figa non è stata che quella trentina di extracomunitari ha capìto che quello che si stava facendo era la parodia del razzista-benpensante, bensì sentire la ragazza che tentava di spiegare all’Africano diffidente che “No, non è che non ti voglio perché tu sei nero: è perché io sono lesbica!”.
Omosessualità e dintorni.
Che poi la rivolta del Vaticano potevo anche capirla, ma una sfilza di politici di sinistra che accusano di istigazione alla violenza è ai confini della realtà.
(Un omosessuale e due donne. Avete notato come chi si sente parte di una minoranza bistrattata si erga a difensore di tutte le altre minoranze bistrattate? Cristallizzandole così facendo nella definizione di “minoranza bistrattata”. Gli omosessuali difendono i disabili, i disabili difendono le donne, le donne difendono i parlamentari, i parlamentari difendono Sara Tommasi e Sara Tommasi difende gli alieni. Chissà forse prima o poi gli alieni difenderanno Balotelli).
Comunque a proposito di minoranze e ciellini mi sono ricordata di un episodio già raccontato altrove, ma che mi fa piacere rispolverare di tanto in tanto, ossia quando il mio bimbo ha voluto farsi il foro al lobo per mettere l’orecchino e siamo andati dalla gioielliera che gli ha risposto “Io non faccio il buco a un bambino maschio”. E il papà e la sua compagna – pie persone che vanno a messa ogni domenica, a meno che non ci sia la partita o l’appuntamento dall’estetista –, che sostenuti dai nonni paterni - comunisti tutto d’un pezzo, zoccolo duro di Botteghe Oscure che tengono strette nel pugno alzato la loro baby pensione e le chiavi delle case acquistate con la liquidazione dei durissimi anni da statali - recitavano il mantra “Orecchino e codino fanno bambina di bambino”. E i compagni di scuola che non si erano neppure accorti della piccola differenza, ma ci hanno pensato le mamme, a farlo notare: “Hai visto? Ha l’orecchino come le femminucce” e via, tutte le bimbe a prenderlo in giro.
- Ma anche fosse gay, ma quale sarebbe il problema?
- Gay non va bene.
- Ma non va bene cosa? È la sua vita, mica la tua.
- Se tu sei d’accordo che diventi gay, poi per forza che diventa gay.
- Ma guarda che non è come studiare da avvocato: “Mamma, da grande voglio fare il gay, tu che dici possiamo permettercelo o serve la borsa di studio?”.
- Ma lo sai che in Giappone hanno studiato il gene dell’omosessualità e stanno creando un vaccino?
- Ah, sì? Prima o dopo le radiazioni di Fukushima?
- Non gli fai neanche guardare il calcio: già vive con te che sei una donna, balla i Chemical Brothers, se poi gli permetti di farsi crescere i capelli e mettere l’orecchino…
- …e gli piacciono pure le Subaru, che ti devo dire: è sulla buona strada per diventare un tamarro!
- Se si trasforma in un gay, non diventerai mai nonna e…
- …e se si trasforma in un lupo mannaro, farà i miliardi con Twilight.
- Vabbè, non si può ragionare con te.
- Minchia con te invece ci fanno i simposi.
(Eh sì, questo io me l’ero sposato).
Disabilità psicofisiche.
E adesso mi accusano di essere una che istiga all’odio nei confronti del diverso. Gente che nemmeno ammette l’esistenza del diverso!
Questa mattina sono andata al patronato per compilare la mia prima dichiarazione dei redditi. Modello Unico, in realtà, perché non avendo un datore di lavoro eccetera eccetera.
Dire che al 5x1000 non avevo proprio pensato sarebbe impreciso: la verità è che mi ero concentrata solo sul NON devolvere l’8 alla Chiesa Cattolica (proposito che ho mantenuto) e non avevo fatto mente locale su quali avrebbero potuto essere le opzioni per il 5. Ad ogni modo non è stato difficile: non appena la ragazza mi ha chiesto cosa volessi farne mi è subito venuta in mente la mia amica con il suo piccolo e ho detto in tutta tranquillità “Famiglie SMA”.
Famiglie SMA sostiene i genitori, i fratelli ed i parenti tutti di quei bambini che nascono affetti da atrofia muscolare, una malattia degenerativa ed invalidante che impedisce alla muscolatura di formarsi - e se non fosse già chiaro così, vi ricordo brevemente che ad esempio il cuore è un muscolo-. Avere un bambino affetto da questa patologia significa avere a che fare un bambino che ha esattamente le stesse aspirazioni, gli stessi desideri, gli stessi capricci di ogni altro bambino sano, ma che è fisicamente impossibilitato a vedere realizzate le più semplici velleità, come andare in bicicletta o sull’altalena. E significa tenere sempre presente che se in famiglia ci sono altri cuccioli che non sono malati, non è giusto tarpar loro le ali per evitare che le suddette ali suscitino l’invidia di quello che non può volare. E significa essere sempre forti e pronti al peggio, ma al tempo stesso saper gioire e sperare nel meglio. E significa guardarsi dentro e trovarsi faccia a faccia con le nostre peggiori paure e insegnare a tutti i piccoli a fare lo stesso. Ma per poter vivere – non sopravvivere – a tutto questo, l’unica via possibile è accettare che abbiamo dei limiti. Tutti.
Il limite dei genitori è il senso di colpa: è colpa mia, colpa tua, colpa nostra se il nostro patrimonio genetico non è stato perfetto, ed è un limite che rischiano di non superere mai, perché mai lo riconosceranno. Il limite dei fratelli è le gelosia, unita indissolubilmente al senso di colpa: sono geloso perché mio fratello, mia sorella malata hanno le attenzioni di mamma e papà, e allora sono cattivo perché sono geloso di mia sorella, mio fratello malato. Insuperabile, perché non lo riconosceranno mai. Il limite dei nonni è lo stesso dei genitori, ma moltiplicato per due generazioni. Insomma, il limite del sano, è il malato.
E il limite del malato è di essere malato. Sì, perché signori, essere malati è un limite. Un patrimonio genetico imperfetto è un limite. Se non ho le gambe, ho un limite. Se non ho le braccia, ho un limite. Se non ho un percorso cognitivo come la maggioranza degli individui che mi circondano, ho un limite. Oggettivo. Perché la società è costruita a proprio uso e consumo da una maggioranza che si riconosce come “normale”, cucita sulle esigenze e sulle capacità della maggioranza stessa e chi si discosta da questa maggioranza ha un limite nell’inserimento nella sua società.
Ma questa cosa non si può dire: è tabù, è vergogna, è peccato, è offesa, è discriminazione, è reato. Quando in realtà è solo un re nudo, cui viene fatto credere di essere vestito.
È amore questo? Convincere qualcuno che può fare le stesse cose che fanno gli altri, perché “è normale”, anziché aiutarlo a capire cosa può fare e cosa no, perché non è normale, ma è perfetto così com’è? È socialmente accettabile lasciare intendere ad un piccolo individuo sin dai primi giorni di vita che la normalità è l’idea da perseguire, perché la diversità è un male impronunciabile che va negato? È così spaventoso creare individui semplicemente consapevoli di essere diversi, che non cercano di omologarsi al resto, ma che trovano la propria strada e il proprio mezzo per percorrerla?
Diverso è solo diverso: siete proprio voi a renderlo sinonimo di sbagliato.
Pregiudizi razziali.
Che differenza c’è tra dire “I Rumeni sono stupratori” e “I veneti sono gran lavoratori”? Nessuna. Ogni forma di tabù è solo un pregiudizio che sottende all’intolleranza.
Umore Maligno ha letto un intero post col quale portava l'attenzione sul razzismo, impersonando in ogni battuta il razzista Doc di fronte ad una platea di Nigeriani e Senegalesi alti come sequoie e spessi come baobab (o è il contrario? Boh, ‘sti alberi son tutti uguali) e non solo nessun satiro è stato maltrattato durante le riprese, ma al termine dello spettacolo una fan fedelissima è addirittura stata avvicinata da uno di questi oscuri spettatori – “avvicinata” di quel tot di decimetri che l’evidente eccitazione dello spettatore permetteva – per una fusion intercultuale.
E in tutto questo la cosa più figa non è stata che quella trentina di extracomunitari ha capìto che quello che si stava facendo era la parodia del razzista-benpensante, bensì sentire la ragazza che tentava di spiegare all’Africano diffidente che “No, non è che non ti voglio perché tu sei nero: è perché io sono lesbica!”.
Omosessualità e dintorni.
Che poi la rivolta del Vaticano potevo anche capirla, ma una sfilza di politici di sinistra che accusano di istigazione alla violenza è ai confini della realtà.
(Un omosessuale e due donne. Avete notato come chi si sente parte di una minoranza bistrattata si erga a difensore di tutte le altre minoranze bistrattate? Cristallizzandole così facendo nella definizione di “minoranza bistrattata”. Gli omosessuali difendono i disabili, i disabili difendono le donne, le donne difendono i parlamentari, i parlamentari difendono Sara Tommasi e Sara Tommasi difende gli alieni. Chissà forse prima o poi gli alieni difenderanno Balotelli).
Comunque a proposito di minoranze e ciellini mi sono ricordata di un episodio già raccontato altrove, ma che mi fa piacere rispolverare di tanto in tanto, ossia quando il mio bimbo ha voluto farsi il foro al lobo per mettere l’orecchino e siamo andati dalla gioielliera che gli ha risposto “Io non faccio il buco a un bambino maschio”. E il papà e la sua compagna – pie persone che vanno a messa ogni domenica, a meno che non ci sia la partita o l’appuntamento dall’estetista –, che sostenuti dai nonni paterni - comunisti tutto d’un pezzo, zoccolo duro di Botteghe Oscure che tengono strette nel pugno alzato la loro baby pensione e le chiavi delle case acquistate con la liquidazione dei durissimi anni da statali - recitavano il mantra “Orecchino e codino fanno bambina di bambino”. E i compagni di scuola che non si erano neppure accorti della piccola differenza, ma ci hanno pensato le mamme, a farlo notare: “Hai visto? Ha l’orecchino come le femminucce” e via, tutte le bimbe a prenderlo in giro.
- Ma anche fosse gay, ma quale sarebbe il problema?
- Gay non va bene.
- Ma non va bene cosa? È la sua vita, mica la tua.
- Se tu sei d’accordo che diventi gay, poi per forza che diventa gay.
- Ma guarda che non è come studiare da avvocato: “Mamma, da grande voglio fare il gay, tu che dici possiamo permettercelo o serve la borsa di studio?”.
- Ma lo sai che in Giappone hanno studiato il gene dell’omosessualità e stanno creando un vaccino?
- Ah, sì? Prima o dopo le radiazioni di Fukushima?
- Non gli fai neanche guardare il calcio: già vive con te che sei una donna, balla i Chemical Brothers, se poi gli permetti di farsi crescere i capelli e mettere l’orecchino…
- …e gli piacciono pure le Subaru, che ti devo dire: è sulla buona strada per diventare un tamarro!
- Se si trasforma in un gay, non diventerai mai nonna e…
- …e se si trasforma in un lupo mannaro, farà i miliardi con Twilight.
- Vabbè, non si può ragionare con te.
- Minchia con te invece ci fanno i simposi.
(Eh sì, questo io me l’ero sposato).
Disabilità psicofisiche.
E adesso mi accusano di essere una che istiga all’odio nei confronti del diverso. Gente che nemmeno ammette l’esistenza del diverso!
Questa mattina sono andata al patronato per compilare la mia prima dichiarazione dei redditi. Modello Unico, in realtà, perché non avendo un datore di lavoro eccetera eccetera.
Dire che al 5x1000 non avevo proprio pensato sarebbe impreciso: la verità è che mi ero concentrata solo sul NON devolvere l’8 alla Chiesa Cattolica (proposito che ho mantenuto) e non avevo fatto mente locale su quali avrebbero potuto essere le opzioni per il 5. Ad ogni modo non è stato difficile: non appena la ragazza mi ha chiesto cosa volessi farne mi è subito venuta in mente la mia amica con il suo piccolo e ho detto in tutta tranquillità “Famiglie SMA”.
Famiglie SMA sostiene i genitori, i fratelli ed i parenti tutti di quei bambini che nascono affetti da atrofia muscolare, una malattia degenerativa ed invalidante che impedisce alla muscolatura di formarsi - e se non fosse già chiaro così, vi ricordo brevemente che ad esempio il cuore è un muscolo-. Avere un bambino affetto da questa patologia significa avere a che fare un bambino che ha esattamente le stesse aspirazioni, gli stessi desideri, gli stessi capricci di ogni altro bambino sano, ma che è fisicamente impossibilitato a vedere realizzate le più semplici velleità, come andare in bicicletta o sull’altalena. E significa tenere sempre presente che se in famiglia ci sono altri cuccioli che non sono malati, non è giusto tarpar loro le ali per evitare che le suddette ali suscitino l’invidia di quello che non può volare. E significa essere sempre forti e pronti al peggio, ma al tempo stesso saper gioire e sperare nel meglio. E significa guardarsi dentro e trovarsi faccia a faccia con le nostre peggiori paure e insegnare a tutti i piccoli a fare lo stesso. Ma per poter vivere – non sopravvivere – a tutto questo, l’unica via possibile è accettare che abbiamo dei limiti. Tutti.
Il limite dei genitori è il senso di colpa: è colpa mia, colpa tua, colpa nostra se il nostro patrimonio genetico non è stato perfetto, ed è un limite che rischiano di non superere mai, perché mai lo riconosceranno. Il limite dei fratelli è le gelosia, unita indissolubilmente al senso di colpa: sono geloso perché mio fratello, mia sorella malata hanno le attenzioni di mamma e papà, e allora sono cattivo perché sono geloso di mia sorella, mio fratello malato. Insuperabile, perché non lo riconosceranno mai. Il limite dei nonni è lo stesso dei genitori, ma moltiplicato per due generazioni. Insomma, il limite del sano, è il malato.
E il limite del malato è di essere malato. Sì, perché signori, essere malati è un limite. Un patrimonio genetico imperfetto è un limite. Se non ho le gambe, ho un limite. Se non ho le braccia, ho un limite. Se non ho un percorso cognitivo come la maggioranza degli individui che mi circondano, ho un limite. Oggettivo. Perché la società è costruita a proprio uso e consumo da una maggioranza che si riconosce come “normale”, cucita sulle esigenze e sulle capacità della maggioranza stessa e chi si discosta da questa maggioranza ha un limite nell’inserimento nella sua società.
Ma questa cosa non si può dire: è tabù, è vergogna, è peccato, è offesa, è discriminazione, è reato. Quando in realtà è solo un re nudo, cui viene fatto credere di essere vestito.
È amore questo? Convincere qualcuno che può fare le stesse cose che fanno gli altri, perché “è normale”, anziché aiutarlo a capire cosa può fare e cosa no, perché non è normale, ma è perfetto così com’è? È socialmente accettabile lasciare intendere ad un piccolo individuo sin dai primi giorni di vita che la normalità è l’idea da perseguire, perché la diversità è un male impronunciabile che va negato? È così spaventoso creare individui semplicemente consapevoli di essere diversi, che non cercano di omologarsi al resto, ma che trovano la propria strada e il proprio mezzo per percorrerla?
Diverso è solo diverso: siete proprio voi a renderlo sinonimo di sbagliato.
giovedì 21 giugno 2012
C'era una volta.
- C’era una volta un giovane di nome Lorenzo che andò dal padre e gli disse: “Papà, io me ne vado lontano e non tornerò più. Questo mondo che avete creato voi a me non piace, mi sta stretto: è ingiusto, è malato, è repressivo, è scorretto, è vendicativo, è gretto, è falso, è asfissiante, è sbagliato, è insufficiente, è insoddisfacente, è artefatto. È una realtà che mi è stata imposta ed io non l’accetto. Non voglio farne parte, non voglio collaborare con essa, non voglio darle le mie energie, non voglio darle la mia vita, non voglio darle la mia morte”.
A nulla valsero le suppliche e le minacce del padre: il ragazzo prese alcune delle sue cose, salutò tutti e partì, sotto lo sguardo attonito, disperato e ancora incredulo dei suoi affetti. Giunto alla fine della strada il ragazzo s’incontrò con una ragazza, che portava con sé due valigie ed uno zaino: i due si guardarono per un istante che parve loro eterno, ma che sfuggì completamente agli sguardi di chi ancora li stava osservando, ormai da lontano. Alla fine del quartiere si incontrano con altri sei. Alla fine del paese erano ventisette.
I media parlarono per giorni dei settantaquattro tra ragazzi e ragazze che nella stessa mattina, nella stessa regione, avevano salutato le famiglie dicendo che era per sempre: i più ipotizzarono un suicidio di massa, molti avvallarono la teoria della setta satanica, qualcuno azzardò l’ipotesi di un nuovo gioco erotico, un paio di complottisti insinuarono il dubbio che fosse una manovra di terrore pianificata da estremisti, che ben presto l’avrebbero rivendicata. Qualcuno disse che aveva sentito dire dal fidanzato della cugina della sorella della cameriera che aveva servito un bicchiere di acqua gassata non fredda ad uno dei ragazzi scomparsi, che il gruppo aveva deciso di uscire dalla società costituita, per fondare una nuova comunità naturale senza regole stabilite a priori, senza gerarchie, senza preconcetti, dove ognuno potesse essere finalmente davvero se stesso, nel rispetto della propria natura, ovunque questa natura li conducesse. Ma capite bene che questa fu la pista meno accreditata: nessuno avrebbe potuto essere così folle.
Poi ci fu l’ondata di caldo, con i consigli del medico (non uscite a mezzogiorno, bevete molta acqua, non mangiate pelliccia di marmotta), arrivò una serie di furti in villa, un paio di genitori uccisero i figli, qualche extracomunitario forse violentò un’anziana, la medusa killer, la protesi killer, l’afa killer, il marciapiede killer, la coccinella killer, il tormentone killer e altre notizie golose, e la vicenda dei settantaquattro fu dimenticata.
- Non m’importa ciò che dici, nonno Enzo: io me ne vado lontano e non tornerò più. Questo mondo che avete creato voi a me non piace, mi sta stretto: è ingiusto, è malato, è repressivo, è scorretto, è vendicativo, è gretto, è falso, è asfissiante, è sbagliato, è insufficiente, è insoddisfacente, è artefatto. È una realtà che mi è stata imposta ed io non l’accetto. Non voglio farne parte, non voglio collaborare con essa, non voglio darle le mie energie, non voglio darle la mia vita, non voglio darle la mia morte.
A nulla valsero le suppliche e le minacce del padre: il ragazzo prese alcune delle sue cose, salutò tutti e partì, sotto lo sguardo attonito, disperato e ancora incredulo dei suoi affetti. Giunto alla fine della strada il ragazzo s’incontrò con una ragazza, che portava con sé due valigie ed uno zaino: i due si guardarono per un istante che parve loro eterno, ma che sfuggì completamente agli sguardi di chi ancora li stava osservando, ormai da lontano. Alla fine del quartiere si incontrano con altri sei. Alla fine del paese erano ventisette.
I media parlarono per giorni dei settantaquattro tra ragazzi e ragazze che nella stessa mattina, nella stessa regione, avevano salutato le famiglie dicendo che era per sempre: i più ipotizzarono un suicidio di massa, molti avvallarono la teoria della setta satanica, qualcuno azzardò l’ipotesi di un nuovo gioco erotico, un paio di complottisti insinuarono il dubbio che fosse una manovra di terrore pianificata da estremisti, che ben presto l’avrebbero rivendicata. Qualcuno disse che aveva sentito dire dal fidanzato della cugina della sorella della cameriera che aveva servito un bicchiere di acqua gassata non fredda ad uno dei ragazzi scomparsi, che il gruppo aveva deciso di uscire dalla società costituita, per fondare una nuova comunità naturale senza regole stabilite a priori, senza gerarchie, senza preconcetti, dove ognuno potesse essere finalmente davvero se stesso, nel rispetto della propria natura, ovunque questa natura li conducesse. Ma capite bene che questa fu la pista meno accreditata: nessuno avrebbe potuto essere così folle.
Poi ci fu l’ondata di caldo, con i consigli del medico (non uscite a mezzogiorno, bevete molta acqua, non mangiate pelliccia di marmotta), arrivò una serie di furti in villa, un paio di genitori uccisero i figli, qualche extracomunitario forse violentò un’anziana, la medusa killer, la protesi killer, l’afa killer, il marciapiede killer, la coccinella killer, il tormentone killer e altre notizie golose, e la vicenda dei settantaquattro fu dimenticata.
- Non m’importa ciò che dici, nonno Enzo: io me ne vado lontano e non tornerò più. Questo mondo che avete creato voi a me non piace, mi sta stretto: è ingiusto, è malato, è repressivo, è scorretto, è vendicativo, è gretto, è falso, è asfissiante, è sbagliato, è insufficiente, è insoddisfacente, è artefatto. È una realtà che mi è stata imposta ed io non l’accetto. Non voglio farne parte, non voglio collaborare con essa, non voglio darle le mie energie, non voglio darle la mia vita, non voglio darle la mia morte.
domenica 27 maggio 2012
Melassa sui coglioni.
Qualche giorno fa ho scritto questo:
L’amica di Melissa, 16 anni: “Ho visto la morte in faccia, non voglio più andare a scuola”. “Mamma, ho mal di pancia” non bastava più.
Poche ore dopo aver pubblicato la battuta di cui sopra, ho ricevuto un messaggio da una cara amica, che vado a riportare sotto:
"Clara, scusa se mi permetto, ma il tuo commento sull’amica di melissa mi ha lasciata basita! Inopportuno direi! Ho letto i tuoi vari post nei mesi-molto sono arguti e d'effetto ma quasi tutti a sfondo sessuale e spesso con parolacce. Il punto è che volevo capire come mai... ti porto un esempio: Crozza. Mi piace, ma credo che ecceda nel turpiloquio e x i tuoi post ho la stessa sensazione…"
Inutile negare di aver provato dispiacere nel leggere queste parole, ma non è stato il contenuto: chi bazzica il genere sa bene che sono le stesse obiezioni che ci (mi, ti, vi, CHI?!?) vengono mosse ogniqualvolta si toccano argomenti che non siano triti e ritriti, facili, comodi, moralistici, scontati, Brunetta-nano, Bossi-ignorante, Napolitano-firma, prete-pedofilo, B.-puttaniere e chi più ne ha, più ne metta nell’infinito calderone dei binomi prevedibili di quella “satira” che si può leggere coi neuroni poggiati sul comodino, mentre si sorseggia un bicchiere di barolo chinato accompagnato da un quadratino di cioccolato fondente. No, il mio problema era ovviamente la fonte da cui provenivano tali osservazioni incredule, cioè una persona amica; per cui mi sono sentita in dovere di non liquidarla con il solito “vaffanculo” che riservo (riserviamo, riservi, riservate, riserCHI!?!) a chi si ostina a non capire (come ad esempio G.L.C.:
- UM encefalogramma piatto, questa non è satira sono solo baggianate di pessimo gusto...Puntate sui politici e lasciate stare le discrazie della povera gente.
La satira è pigliare per il culo il potere e non la povera gente....
Con il quale però devo dire che mi sono trattenuta:
- La cosa che mi dà maggior soddisfazione (omissis, ché il blog lo legge anche mia madre ciao mamma) è leggere che la satira debba prendersela coi potenti, quando è evidente che l'unico motivo di questa esternazione è il livore dato dal fatto di non essere tra i suddetti potenti. Che poi proprio per questo dovreste ringraziare che UM non se la prende solo con questo fantomatico "potente", ma anche - oserei dire soprattutto - con chi ha l'invidia del pennone*).
Così ho respirato (inspira, espira, inspira, espira) e ho risposto, come se fosse stata la prima e non la milionesima volta che tentavo di chiarire la cosa:
“Ciao topona,
la risposta a queste ed altre domande la trovi chiara ed asciutta qui:
Manifesto
Prima di leggere questo, però, personalizzo il concetto con parole solo mie.
Iniziamo dal parallelo: Crozza è un buonista populista, che scrive con il solo scopo del plauso massificato. Crozza fa satira comoda e il turpiloquio come lo usa lui ha il solo scopo di riempire spazi vuoti e mantenere desta l'attenzione dell'ascoltatore, che sennò si distrarrebbe annoiato. Crozza è satira compiacente: dà alla gente il contentino che serve a far sì che si sentano compresi e rinuncino a cambiare lo stato delle cose di cui vanno lamentandosi.
La gente sta bene come sta: la gente sta bene quando sta male e può lamentarsi. E la società sta bene quando la gente spreca energie lamentandosi ed indignandosi. "Indignazione", come va di moda, eh? Assieme a "vergogna". Indignazione e vergogna non sono che placebo, non servono a nulla: la gente s'indigna e si convince di aver fatto la propria parte, "Indignamoci tutti!". Ora sì, che stiamo meglio.
La satira nasce come elemento distruttivo, NON costruttivo: la satira rompe gli argini e straccia i limiti in cui l'essere umano si rifugia. La bestemmia, i riferimenti marcatamente sessuali e tutte quelle che vengono definite "volgarità", da un vocabolario che prende i concetti direttamente dalle religioni e da tutte quelle forme di controllo sociale, non sono uno scopo, bensì un mezzo. Se ciò che scrivo ti infastidisce, ti provoca disagio e ti fa pensare "be', avrebbe potuto esprimere lo stesso concetto in altro modo", allora il mio scopo è quasi raggiunto: il disagio deriva da un piccolo/grande scossone che le mie parole hanno dato alle tue costruzioni mentali e, se poi ci pensi, un'altra terminologia non avrebbe assolutamente avuto questo effetto: è facile far proseliti ironizzando sui difetti di un Bossi, di un Monti, di un Berlusconi, ma questo non serve che a creare buoni vs cattivi: la visone manichea del mondo è ciò che tiene l'essere umano incatenato nella sua prigione di tabù imposti. L'essere umano per sua natura non ha tabù e la satira amplifica il suo essere senza tabù, proprio per sottolineare questo.
Ogni battuta, indipendentemente dalla notizia da cui parte, non prende per forza in giro il soggetto della notizia, il bersaglio è il lettore: il lettore che crea mostri e venera eroi, cieco sordo e muto al bene che alberga nei mostri e al male che macchia gli eroi; il lettore che parli di aborto e ti scrive "vorrei che i vostri figli morissero, assassini!" (è successo. Anzi, succede ogni volta). Caso in cui oggetto di scherno è il soggetto della notizia è quando si parla di un personaggio che si ritiene egli stesso un eroe o un demonio.
Io non mi impongo limiti in un senso né nell'altro: se per lo scopo il mezzo migliore è la bestemmi, la uso; se è la crassa risata liberatoria, cerco di provocarla; se è la rabbia, la suscito. Ma soprattutto: faccio quello che voglio, quando voglio e come voglio. Perché quello che proprio non reggo è la gente che pretende di imporre agli altri il proprio modo di vivere, pensare, agire.
E poi non dimenticare che la satira non è comicità: spesso si fa confusione.
Spero di averti risposto. Un bacino”.
Alla luce di tutto quanto appena detto, di anni di sterili flame ripetitivi e prevedibili, faccio un ultimo tentativo, davvero l’ultimo, per mostrarvi il perché di certa satira cruda, schietta, onesta, diretta e sconvolgente; il perché l’oggetto prediletto di questa satira non è Monti, ma siete voi. Tutti voi.
E se ancora non avete chiaro il punto, la soluzione è molto più semplice di quanto pensiate: andate a leggere altrove, se non apprezzate la visione ampia e priva di moralismi e giudizi, e smettetela di scarificarci lo scroto, cercando disperatamente di imporci il vostro limitato punto di vista, suddito e bigotto (tu no, topona: a te lo spiego ancora).
* pennone
L’amica di Melissa, 16 anni: “Ho visto la morte in faccia, non voglio più andare a scuola”. “Mamma, ho mal di pancia” non bastava più.
Poche ore dopo aver pubblicato la battuta di cui sopra, ho ricevuto un messaggio da una cara amica, che vado a riportare sotto:
"Clara, scusa se mi permetto, ma il tuo commento sull’amica di melissa mi ha lasciata basita! Inopportuno direi! Ho letto i tuoi vari post nei mesi-molto sono arguti e d'effetto ma quasi tutti a sfondo sessuale e spesso con parolacce. Il punto è che volevo capire come mai... ti porto un esempio: Crozza. Mi piace, ma credo che ecceda nel turpiloquio e x i tuoi post ho la stessa sensazione…"
Inutile negare di aver provato dispiacere nel leggere queste parole, ma non è stato il contenuto: chi bazzica il genere sa bene che sono le stesse obiezioni che ci (mi, ti, vi, CHI?!?) vengono mosse ogniqualvolta si toccano argomenti che non siano triti e ritriti, facili, comodi, moralistici, scontati, Brunetta-nano, Bossi-ignorante, Napolitano-firma, prete-pedofilo, B.-puttaniere e chi più ne ha, più ne metta nell’infinito calderone dei binomi prevedibili di quella “satira” che si può leggere coi neuroni poggiati sul comodino, mentre si sorseggia un bicchiere di barolo chinato accompagnato da un quadratino di cioccolato fondente. No, il mio problema era ovviamente la fonte da cui provenivano tali osservazioni incredule, cioè una persona amica; per cui mi sono sentita in dovere di non liquidarla con il solito “vaffanculo” che riservo (riserviamo, riservi, riservate, riserCHI!?!) a chi si ostina a non capire (come ad esempio G.L.C.:
- UM encefalogramma piatto, questa non è satira sono solo baggianate di pessimo gusto...Puntate sui politici e lasciate stare le discrazie della povera gente.
La satira è pigliare per il culo il potere e non la povera gente....
Con il quale però devo dire che mi sono trattenuta:
- La cosa che mi dà maggior soddisfazione (omissis, ché il blog lo legge anche mia madre ciao mamma) è leggere che la satira debba prendersela coi potenti, quando è evidente che l'unico motivo di questa esternazione è il livore dato dal fatto di non essere tra i suddetti potenti. Che poi proprio per questo dovreste ringraziare che UM non se la prende solo con questo fantomatico "potente", ma anche - oserei dire soprattutto - con chi ha l'invidia del pennone*).
Così ho respirato (inspira, espira, inspira, espira) e ho risposto, come se fosse stata la prima e non la milionesima volta che tentavo di chiarire la cosa:
“Ciao topona,
la risposta a queste ed altre domande la trovi chiara ed asciutta qui:
Manifesto
Prima di leggere questo, però, personalizzo il concetto con parole solo mie.
Iniziamo dal parallelo: Crozza è un buonista populista, che scrive con il solo scopo del plauso massificato. Crozza fa satira comoda e il turpiloquio come lo usa lui ha il solo scopo di riempire spazi vuoti e mantenere desta l'attenzione dell'ascoltatore, che sennò si distrarrebbe annoiato. Crozza è satira compiacente: dà alla gente il contentino che serve a far sì che si sentano compresi e rinuncino a cambiare lo stato delle cose di cui vanno lamentandosi.
La gente sta bene come sta: la gente sta bene quando sta male e può lamentarsi. E la società sta bene quando la gente spreca energie lamentandosi ed indignandosi. "Indignazione", come va di moda, eh? Assieme a "vergogna". Indignazione e vergogna non sono che placebo, non servono a nulla: la gente s'indigna e si convince di aver fatto la propria parte, "Indignamoci tutti!". Ora sì, che stiamo meglio.
La satira nasce come elemento distruttivo, NON costruttivo: la satira rompe gli argini e straccia i limiti in cui l'essere umano si rifugia. La bestemmia, i riferimenti marcatamente sessuali e tutte quelle che vengono definite "volgarità", da un vocabolario che prende i concetti direttamente dalle religioni e da tutte quelle forme di controllo sociale, non sono uno scopo, bensì un mezzo. Se ciò che scrivo ti infastidisce, ti provoca disagio e ti fa pensare "be', avrebbe potuto esprimere lo stesso concetto in altro modo", allora il mio scopo è quasi raggiunto: il disagio deriva da un piccolo/grande scossone che le mie parole hanno dato alle tue costruzioni mentali e, se poi ci pensi, un'altra terminologia non avrebbe assolutamente avuto questo effetto: è facile far proseliti ironizzando sui difetti di un Bossi, di un Monti, di un Berlusconi, ma questo non serve che a creare buoni vs cattivi: la visone manichea del mondo è ciò che tiene l'essere umano incatenato nella sua prigione di tabù imposti. L'essere umano per sua natura non ha tabù e la satira amplifica il suo essere senza tabù, proprio per sottolineare questo.
Ogni battuta, indipendentemente dalla notizia da cui parte, non prende per forza in giro il soggetto della notizia, il bersaglio è il lettore: il lettore che crea mostri e venera eroi, cieco sordo e muto al bene che alberga nei mostri e al male che macchia gli eroi; il lettore che parli di aborto e ti scrive "vorrei che i vostri figli morissero, assassini!" (è successo. Anzi, succede ogni volta). Caso in cui oggetto di scherno è il soggetto della notizia è quando si parla di un personaggio che si ritiene egli stesso un eroe o un demonio.
Io non mi impongo limiti in un senso né nell'altro: se per lo scopo il mezzo migliore è la bestemmi, la uso; se è la crassa risata liberatoria, cerco di provocarla; se è la rabbia, la suscito. Ma soprattutto: faccio quello che voglio, quando voglio e come voglio. Perché quello che proprio non reggo è la gente che pretende di imporre agli altri il proprio modo di vivere, pensare, agire.
E poi non dimenticare che la satira non è comicità: spesso si fa confusione.
Spero di averti risposto. Un bacino”.
Alla luce di tutto quanto appena detto, di anni di sterili flame ripetitivi e prevedibili, faccio un ultimo tentativo, davvero l’ultimo, per mostrarvi il perché di certa satira cruda, schietta, onesta, diretta e sconvolgente; il perché l’oggetto prediletto di questa satira non è Monti, ma siete voi. Tutti voi.
E se ancora non avete chiaro il punto, la soluzione è molto più semplice di quanto pensiate: andate a leggere altrove, se non apprezzate la visione ampia e priva di moralismi e giudizi, e smettetela di scarificarci lo scroto, cercando disperatamente di imporci il vostro limitato punto di vista, suddito e bigotto (tu no, topona: a te lo spiego ancora).
* pennone
mercoledì 23 maggio 2012
venerdì 27 aprile 2012
Tanto Rancore Oscura Infinite Anime
E così mi leggi.
Non pensavo. Ma l’avessi saputo, avrei scommesso – e vinto – che tanto non avresti permesso che ti arrivasse nessuno dei messaggi che mando.
Sai cosa volevo davvero sapere? Se proprio non capisci nulla di ciò che ti circonda o se sei invece prigioniera di quella tua dote che, sicuramente, è nata un tempo lontano per difenderti – bambina - da qualche sgarro dei tuoi adulti importanti, ma che coi decenni hai trasformato in lama a doppio taglio - povera creatura sado-masochista - per legarti indissolubilmente agli altri in un insano rapporto di odio reciproco. Perché sì, hai ragione: le tieni legate a te, le persone, con l’odio. Perché ogni tua subdola parola intrisa di negatività – dolore, pietismo, bile, minacce, manipolazione – scatena reazioni così forti nell’interlocutore prescelto, che questi non può non pensare a te per un tempo direttamente proporzionale alla grammatura di sporco che hai versato nella tua turpe favella.
Mi chiedo come fai a guardarti sempre intorno attraverso questo tuo velo lercio.
E mi chiedo se è davvero questo, che vuoi. Perché se questo è davvero ciò che vuoi, non potresti essere più diversa da me. Io, che lo sporco dai volti degli altri lo pulisco col mio da che ho memoria. Io, che piuttosto che sentirmi odiata preferisco scomparire. Io, che piuttosto che odiare preferisco scomparire.
Non che io sia giusta e tu sbagliata (io, che non giudico gli altri), ché contrariamente a quello che avviene nel tuo mondo, nel mio non esistono persone giuste e persone sbagliate in assoluto, ma persone adatte e persone inadatte a giocare alla vita con me: non ti avrei mai scelta come amica, per intenderci (anche se poi non è nemmeno detto questo, perché un’amica come te l’ho avuta).
Ma poi sai che c’è? Non è vero che vorrei davvero sapere qualcosa di te: non m’interessa come sei o perché sei così. Non m’interressa conoscerti, perché ciò che mi arriva di te mi fa venire l’orticaria e il voltastomaco, quelli veri: mi si riempiono le guance di bolle, la pancia si attorciglia a se stessa, mi passa la fame e sto male. Male finché non mi libero di te sulla tazza (è il nervo vago, si chiama così e lo so, che lo sai, perché era materia dell’esame di ammissione). Io comunque non ti avrei mai voluta. Mi sei capitata così, un pantano sul cammino, ma sei solo uno tra tanti. Non sei niente di speciale, niente di diverso dagli altri ostacoli lungo la strada: mi stanchi, mi bevi energie, ma solo perché io te lo permetto. E solo finché io te lo permetto. Tu non sei niente per me, senza di me.
Io sono il mio soggetto e tu resti per me un oggetto, logoro e brutto come altri passati, compresenti e futuri: e tutti voi oggetti logori e brutti, intralciate il mio cammino perché io ve lo lascio fare. Non pensiate di avere alcun potere su di me, che provenga da voi. Oppure pensatelo pure, non mi è importante il vostro pensiero.
Io, che non ritengo di potermi arrogare il diritto di cambiare un’altra persona, ma che ammetto che vorrei che tu cambiassi e mi lasciassi in pace.
Le persone non sono tue, neppure quelle che sei solita introdurre con un aggettivo possessivo; c’è solo una persona che è tua e tu non riesci a vederla e continuerai a credere di possedere gli altri, finché non la trovi, e ti offenderai e soffrirai ogni volta, perché vivrai l’onta di essere (più o meno) allontanata.
Trova quell’unica persona. Ti do un consiglio: non ti servono gli occhi, per vederla, né le orecchie per sentirla.
Solo trovala e lasciami in pace.
Lasciaci in pace.
Tutti.
lunedì 16 aprile 2012
Coppa di Luna
Altre ne hanno già parlato, qualcuna ne ha già sapientemente illustrato pregi e difetti, portando addirittura la questione sul piccolo schermo ed in prima serata. Ma proprio perché se n’è fatto argomento di amabile conversazione, adesso io voglio dire anche la mia.
Le mestruazioni.
Avete mai fatto caso – se mi rivolgo ora alle lettrici, non me ne vogliate voialtri, esseri dotati di membro esternamente (più o meno) prominente – che noi femminucce abbiamo il vizio di dimostrare simpatia verso una donna appena conosciuta in un modo, uno solo, e cioè introdurla rapidamente e con abile nonchalance nell’allegro mondo dell’altalena del nostro bioritmo emorragico?
- Piacere, Valentina.
- Piacere, Clara.
- Scusa se quando ti guardo giro appena lo sguardo, ma sei proprio in linea con il lampadario al neon e io è tutto il giorno che ho un malditeeesta! Mi devono venire le mie cose.
- Ah, ma dai? Anche a me!
- Ma tu pensa? Che bello!
- Beeello! Ma tu che fai, prendi la pillola?
- Sì. Anche tu?
- Certo! Ma tu quale prendi, quella che ti fa venire la cellulite che poi sembri Jabba o quella che ti inamida le ghiandole mammarie e puoi rompere le noci coi capezzoli?
- No, io prendo quella che mi fa puzzare le ascelle.
- Ah, dai? Devo provarla.
Ecco, questa è una conversazione-tipo tra due ragazze che si stanno simpatiche a pelle, quindi uomini, se siete due amici nel bel mezzo dell’infernale fatidico momento in cui avete deciso di far conoscere le vostre fidanzate, aguzzate le orecchie e state tranquilli: se parlano di ciclo, siete a cavallo. O siete fottuti, dipende dai punti vista.
Anche se pare che di recente sia stata introdotta nei salotti-bene una variante sul tema “fertilità-anticoncezionale”, una nuovo argomento trendy, che ruota attorno al binomio “sanguinamento-arginasanguinamento.” Infatti, grazie ai nuovi traguardi raggiunti dalla ricerca ed alla schiettezza di certi spot pubblicitari – tipicamente verso l’ora di cena – finalmente noi donne-che-ci-stiamo-subito-simpatiche possiamo ritrovarci a discutere non più solo di ormoni, veli di seta con le ali o tappi di cotone con la cordicella: all’insegna del risparmio e della spinta ecologica “ripuliamo il mondo partendo dalle cagate”, qualcuno ha ritenuto necessario cercare un mezzo per tamponare il cadenzato e dispendiose consumismo del corpo femminile, e lo ha trovato in queste Mooncups o Fleurcups - Bloodcups non piaceva a nessuno -, ossia simpatici contenitori di silicone, per raccogliere il surplus mensile che, pillola o non pillola, ci ripresenta il conto ogni 21 – 28 giorni.
Le cups hanno la forma di un calice con lo stelo corto e senza piedino: si inseriscono in vagina schiacciandole con tre dita e, al momento del rilascio, riacquisiscono la forma a bicchiere (che a ben guardare somiglia anche ad una testa di pene), creando un effetto ventosa e aderendo alle pareti interne, onde evitare che, scivolando scivolando, la rossa viscosità riesca a colare fuori dal luogo di raccolta deputato. Poi quando sono pienotte si sfilano, si svuotano, si lavano e ricomincia il canto.
Risultato: niente assorbenti in spazzatura = meno inquinamento, più soldi nel portafoglio da spendere in cose più nobili e meno dannose per il pianeta, come non so ad esempio il pieno all’auto.
Io l’ho vista, la foto di queste bacinelle per vulva. Sì, perché da come te la raccontano in giro per la rete, una si sente mostruosamente in colpa ad usare ancora gli obsoleti argini usa e getta, che poi finiscono col creare inondazioni, ostruendo i letti dei torrenti e bloccando i tombini – che a ben guardare allora significa che tanto assorbenti poi non sono -, soffocare poveri pinguini affamati che non sanno distinguere tra un’alice e un tampax – evidentemente non hanno mangiato la Fiesta a merenda- e allargare ulteriormente il buco nell’ozono – che non so, probabilmente qualcuno ne spara un po’ lassù, pensando che se c’è un buco da cui esce roba, magari qualcosa ci fanno.
Per cui niente: un nodo allo stomaco, una gassa alle budella di brucianti sensi di colpa, per avere il destino del mondo tra le cosce una volta al mese. E allora mi sono informata, per trovare urgentemente il modo di fermare questo scempio e correre ad acquistare le Cups.
Oh, intanto un avvertimento: se avete trovato complesse ed inquietanti le istruzioni nei pacchi di assorbenti interni, però, lasciate perdere la spinta ecologista, perché il taglio in sezione della zona pelvica stilizzato, che ultimamente va tanto di moda un po’ per tutto – dai contraccettivi ai maglioni a collo alto – è riportato ben dettagliato anche qui
Dunque, FAQ:
1. come si mette la Moon/Fleurcup (che poi “moon” ancora ancora la capisco - il ciclo è collegato alle fasi lunari -, ma “fleur” proprio no: mi ricorda la storiella delle api e dei fiori)?
La cup è di silicone morbido, come una tettarella di biberon, quindi se premuta nel palmo di una mano, si accartoccia e rimpicciolisce, rendendo più facile infilarla su per il canale (paura, eh, quando ho detto “su per il c”?).
Allora, anzitutto “bisogna avere le mani pulite”.
Non l’avrei mai detto: io tendenzialmente avevo intenzione di metterla dopo aver tagliato un limone, spalmato il pesce di sale grosso, essermi scaccolata e aver trascorso una mezz’ora buona in metropolitana.
Secondo: la coppa va in vagina solo per la lunghezza del calice, mentre lo stelo deve essere a portata di mano per favorirne poi l’estrazione.
Quindi si prendono tre dita – pollice, indice e medio – e si avvolge con esse il calice, usando tutta la loro lunghezza, per assottigliare l’attrezzo. Un gioco da ragazzi, l’illustrazione aiuta.
A questo punto è il momento di infilarla.
Sì.
Dunque, uno sguardo al pamphlet allegato.
Sì.
Le tre dita sopra citate – pollice, indice, medio – insieme con lo strumento che stanno strizzando, l’accompagnano dentro. Assumo la posizione dell’amazzone a cavallo a pelo (voi ragazze lo so che mi state dietro, per quanto riguarda i fanciulli, usate le vostre peggiori fantasie), inspiro e via: dentro. Ok, fatto.
…
E ora?
Insomma il mio primo dubbio è: le dita, come cavolo le tiro fuori adesso? L’affare deve aderire tipo ventosa alle mie pareti, ma in questo momento attaccate alle suddette pareti ci sono pollice, indice e medio: se le sfilo verso il basso, viene via anche la cosa, come devo fare? Trovato: mi servono due mani? Quella di cui sto usando le tre dita e l’altra che tengo premuta contro allo stelo, per evitare che esca tutto. Ma poi m’ingarbuglio e, come minimo, casco. Alla meglio, casco, perché non so voi, ma io ho la visione fissa della mano che resta incastrata lì: come la scimmia che prende le caramelle dal barattolo e poi non riesce più a tirar fuori il pugno col bottino. Con la beffa che io il bottino devo lasciarlo dentro. O forse devo aprire le dita tipo speculum? Devo usare uno speculum?
Boh. Proseguiamo.
2. Come si toglie la MFcup?
Si sfila.
Bene.
Ma non è lì, che aderisce come uno sticker alla mia vulva? Mica basta tirare. E allora cosa faccio, vado a riproporre al contrario il percorso usato per mettercela? Perché se è così, l’altra immagine che mi sovviene immediatamente è il reflusso: intanto devo introdurre nuovamente pollice, indice e medio, che non è mica come dirla, con l’ambiente occupato dalla coppa (e mi ci vuole prima un po’ di yoga), dopodiché ammesso e non concesso ch’io ci riesca, se torno a spremere il calice, che questa volta è pieno, il contenuto viene proiettato verso l’interno in risalita e hai visto lì che sto cazzo di aggeggio non è servito a nulla.
Anche se, pensandoci, una soluzione c’è: lascio lì le dita per tutte le quattro le ore di permanenza della coppetta.
3. Come si pulisce la Cup?
Intanto vuol dire che si pulisce ed è già un buon segno.
Comunque, si lava come le tettarelle del biberon: in acqua bollente. Sì, perché vorrai mica usare del disinfettante? Che poi finisce nello scarico e inquina.
Ma anche qui mi si presenta un tarlo, l’immagine con la quale vorrei chiudere il post e salutarvi calorosamente: avete presente quando vi avanza del sugo e decidete di surgelarlo, andando dirette sul contenitore di vetro, perché sapete fin troppo bene che quell’alone rossastro dalla plastica non se va nemmeno pregando? Ecco.
Buone mestruazioni a tutte.
Le mestruazioni.
Avete mai fatto caso – se mi rivolgo ora alle lettrici, non me ne vogliate voialtri, esseri dotati di membro esternamente (più o meno) prominente – che noi femminucce abbiamo il vizio di dimostrare simpatia verso una donna appena conosciuta in un modo, uno solo, e cioè introdurla rapidamente e con abile nonchalance nell’allegro mondo dell’altalena del nostro bioritmo emorragico?
- Piacere, Valentina.
- Piacere, Clara.
- Scusa se quando ti guardo giro appena lo sguardo, ma sei proprio in linea con il lampadario al neon e io è tutto il giorno che ho un malditeeesta! Mi devono venire le mie cose.
- Ah, ma dai? Anche a me!
- Ma tu pensa? Che bello!
- Beeello! Ma tu che fai, prendi la pillola?
- Sì. Anche tu?
- Certo! Ma tu quale prendi, quella che ti fa venire la cellulite che poi sembri Jabba o quella che ti inamida le ghiandole mammarie e puoi rompere le noci coi capezzoli?
- No, io prendo quella che mi fa puzzare le ascelle.
- Ah, dai? Devo provarla.
Ecco, questa è una conversazione-tipo tra due ragazze che si stanno simpatiche a pelle, quindi uomini, se siete due amici nel bel mezzo dell’infernale fatidico momento in cui avete deciso di far conoscere le vostre fidanzate, aguzzate le orecchie e state tranquilli: se parlano di ciclo, siete a cavallo. O siete fottuti, dipende dai punti vista.
Anche se pare che di recente sia stata introdotta nei salotti-bene una variante sul tema “fertilità-anticoncezionale”, una nuovo argomento trendy, che ruota attorno al binomio “sanguinamento-arginasanguinamento.” Infatti, grazie ai nuovi traguardi raggiunti dalla ricerca ed alla schiettezza di certi spot pubblicitari – tipicamente verso l’ora di cena – finalmente noi donne-che-ci-stiamo-subito-simpatiche possiamo ritrovarci a discutere non più solo di ormoni, veli di seta con le ali o tappi di cotone con la cordicella: all’insegna del risparmio e della spinta ecologica “ripuliamo il mondo partendo dalle cagate”, qualcuno ha ritenuto necessario cercare un mezzo per tamponare il cadenzato e dispendiose consumismo del corpo femminile, e lo ha trovato in queste Mooncups o Fleurcups - Bloodcups non piaceva a nessuno -, ossia simpatici contenitori di silicone, per raccogliere il surplus mensile che, pillola o non pillola, ci ripresenta il conto ogni 21 – 28 giorni.
Le cups hanno la forma di un calice con lo stelo corto e senza piedino: si inseriscono in vagina schiacciandole con tre dita e, al momento del rilascio, riacquisiscono la forma a bicchiere (che a ben guardare somiglia anche ad una testa di pene), creando un effetto ventosa e aderendo alle pareti interne, onde evitare che, scivolando scivolando, la rossa viscosità riesca a colare fuori dal luogo di raccolta deputato. Poi quando sono pienotte si sfilano, si svuotano, si lavano e ricomincia il canto.
Risultato: niente assorbenti in spazzatura = meno inquinamento, più soldi nel portafoglio da spendere in cose più nobili e meno dannose per il pianeta, come non so ad esempio il pieno all’auto.
Io l’ho vista, la foto di queste bacinelle per vulva. Sì, perché da come te la raccontano in giro per la rete, una si sente mostruosamente in colpa ad usare ancora gli obsoleti argini usa e getta, che poi finiscono col creare inondazioni, ostruendo i letti dei torrenti e bloccando i tombini – che a ben guardare allora significa che tanto assorbenti poi non sono -, soffocare poveri pinguini affamati che non sanno distinguere tra un’alice e un tampax – evidentemente non hanno mangiato la Fiesta a merenda- e allargare ulteriormente il buco nell’ozono – che non so, probabilmente qualcuno ne spara un po’ lassù, pensando che se c’è un buco da cui esce roba, magari qualcosa ci fanno.
Per cui niente: un nodo allo stomaco, una gassa alle budella di brucianti sensi di colpa, per avere il destino del mondo tra le cosce una volta al mese. E allora mi sono informata, per trovare urgentemente il modo di fermare questo scempio e correre ad acquistare le Cups.
Oh, intanto un avvertimento: se avete trovato complesse ed inquietanti le istruzioni nei pacchi di assorbenti interni, però, lasciate perdere la spinta ecologista, perché il taglio in sezione della zona pelvica stilizzato, che ultimamente va tanto di moda un po’ per tutto – dai contraccettivi ai maglioni a collo alto – è riportato ben dettagliato anche qui
Dunque, FAQ:
1. come si mette la Moon/Fleurcup (che poi “moon” ancora ancora la capisco - il ciclo è collegato alle fasi lunari -, ma “fleur” proprio no: mi ricorda la storiella delle api e dei fiori)?
La cup è di silicone morbido, come una tettarella di biberon, quindi se premuta nel palmo di una mano, si accartoccia e rimpicciolisce, rendendo più facile infilarla su per il canale (paura, eh, quando ho detto “su per il c”?).
Allora, anzitutto “bisogna avere le mani pulite”.
Non l’avrei mai detto: io tendenzialmente avevo intenzione di metterla dopo aver tagliato un limone, spalmato il pesce di sale grosso, essermi scaccolata e aver trascorso una mezz’ora buona in metropolitana.
Secondo: la coppa va in vagina solo per la lunghezza del calice, mentre lo stelo deve essere a portata di mano per favorirne poi l’estrazione.
Quindi si prendono tre dita – pollice, indice e medio – e si avvolge con esse il calice, usando tutta la loro lunghezza, per assottigliare l’attrezzo. Un gioco da ragazzi, l’illustrazione aiuta.
A questo punto è il momento di infilarla.
Sì.
Dunque, uno sguardo al pamphlet allegato.
Sì.
Le tre dita sopra citate – pollice, indice, medio – insieme con lo strumento che stanno strizzando, l’accompagnano dentro. Assumo la posizione dell’amazzone a cavallo a pelo (voi ragazze lo so che mi state dietro, per quanto riguarda i fanciulli, usate le vostre peggiori fantasie), inspiro e via: dentro. Ok, fatto.
…
E ora?
Insomma il mio primo dubbio è: le dita, come cavolo le tiro fuori adesso? L’affare deve aderire tipo ventosa alle mie pareti, ma in questo momento attaccate alle suddette pareti ci sono pollice, indice e medio: se le sfilo verso il basso, viene via anche la cosa, come devo fare? Trovato: mi servono due mani? Quella di cui sto usando le tre dita e l’altra che tengo premuta contro allo stelo, per evitare che esca tutto. Ma poi m’ingarbuglio e, come minimo, casco. Alla meglio, casco, perché non so voi, ma io ho la visione fissa della mano che resta incastrata lì: come la scimmia che prende le caramelle dal barattolo e poi non riesce più a tirar fuori il pugno col bottino. Con la beffa che io il bottino devo lasciarlo dentro. O forse devo aprire le dita tipo speculum? Devo usare uno speculum?
Boh. Proseguiamo.
2. Come si toglie la MFcup?
Si sfila.
Bene.
Ma non è lì, che aderisce come uno sticker alla mia vulva? Mica basta tirare. E allora cosa faccio, vado a riproporre al contrario il percorso usato per mettercela? Perché se è così, l’altra immagine che mi sovviene immediatamente è il reflusso: intanto devo introdurre nuovamente pollice, indice e medio, che non è mica come dirla, con l’ambiente occupato dalla coppa (e mi ci vuole prima un po’ di yoga), dopodiché ammesso e non concesso ch’io ci riesca, se torno a spremere il calice, che questa volta è pieno, il contenuto viene proiettato verso l’interno in risalita e hai visto lì che sto cazzo di aggeggio non è servito a nulla.
Anche se, pensandoci, una soluzione c’è: lascio lì le dita per tutte le quattro le ore di permanenza della coppetta.
3. Come si pulisce la Cup?
Intanto vuol dire che si pulisce ed è già un buon segno.
Comunque, si lava come le tettarelle del biberon: in acqua bollente. Sì, perché vorrai mica usare del disinfettante? Che poi finisce nello scarico e inquina.
Ma anche qui mi si presenta un tarlo, l’immagine con la quale vorrei chiudere il post e salutarvi calorosamente: avete presente quando vi avanza del sugo e decidete di surgelarlo, andando dirette sul contenitore di vetro, perché sapete fin troppo bene che quell’alone rossastro dalla plastica non se va nemmeno pregando? Ecco.
Buone mestruazioni a tutte.
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